Alla fine ci voleva Brancher per mandare il Pdl nel pallone e mettere insieme opposizione e pezzi di maggioranza, giornali di destra e di sinistra, trascinare insospettabili garantisti. E soprattutto a scatenare l’ira e la paura leghista. L’altro ieri quasi pregiudicato ma prescritto, oggi indagato, ministro ad personam e (il)legittimamente impedito per un giorno, Brancher ha deciso in serata di non avvalersi dello scudo e di presentarsi dai giudici il prossimo 5 luglio. Troppo tardi, dopo la nota del Colle. Troppo tardi, dopo l’opposizione del pm Eugenio Fusco. Ma soprattutto troppo tardi per lo sconquasso creato dentro la maggioranza.

Insomma, quello che non era riuscito a fare il Pd in due anni è riuscito a Brancher in dieci giorni da ministro. E per un Berlusconi che minimizza – “piccole questioni interne” ha commentato da Toronto – dentro la maggioranza e i suoi sostenitori si è scatenato il finimondo. A cominciare da Giuliano Ferrara, il primo a vedere il boomerang tornare per colpire dietro l’angolo: “Forse ci siamo. Forse viene giù tutto. Forse torna l’Italia mozzorecchi, fino a oggi arginata dalla pazzia extra e anti politica di un imprenditore di talento, gigante inetto, votato insieme alla gloria e al più spietato autolesionismo politico”. Tradotto: Berlusconi ha sbagliato e regalato il fianco ai forcaioli dietro l’angolo pronti ad unire in un unico nefasto destino (per B.) il nome di Brancher e quello di Dell’Utri, in attesa di una possibile ben più grave sentenza.

Eppure gli scricchiolii si sentivano già da giorni e i forcaioli andavano cercati altrove. Dal Riformista di Antonio Polito, solitamente incline alla miopia sulle vicende giudiziarie, eppure pronto a stigmatizzare una “nomina che neanche il cavallo di Caligola” al “Valzer stonato” del Corriere, fino alla irritazione dei finiani di Fare Futuro. Al Giornale, invece il difficile compito di regolare i conti, ma con una insolita afasia. Tutto in casa, con il direttore Vittorio Feltri a bastonare l’errore politico e sconfessare le ragioni della nomina e il suo vice Sallusti a regolare i conti con la Lega: “Qualcuno nelle alte sfere del Carroccio ha chiesto (…) la nomina di Brancher a ministro. Questo qualcuno oggi abbia il coraggio di prendersi la responsabilità di fronte al Quirinale, al governo e agli elettori”.

Abituata ad essere dura e pura la Lega si trova in effetti oggi nella sgradevole posizione di chi deve salvare capra e cavoli, proprio come un qualsiasi partito della prima Repubblica. Da un lato la responsabilità di una nomina condivisa e finanche cercata. Dall’altra una base raccolta anche con i cappi esposti in Parlamento che non apprezza le cronache di appropriazioni indebite e le sentenze per associazione mafiosa. Alla fine ha prevalso la ragion di Stato (quello padano) e il Carroccio ha scaricato Brancher. Prima con le parole di Bossi: “Mi sembra poco furbo – commentava ieri – chiedere il legittimo impedimento subito, è come mettersi al muro per farsi sparare”. Poi con Calderoli che oggi ha fatto eco al suo segretario – “Il fatto di fare il ministro è una cosa, sottoporsi agli adempimenti della giustizia un’altra” – e ha restituito un laconico “valuti lui” all’ipotesi di dimissioni di Brancher. Eppure era stato lo stesso Calderoli, dicono dentro il Pdl, a spingere per la nomina del neo-ministro e ad accompagnarlo per la firma di fronte a Napolitano.

La giornata e il “Chi l’ha visto”: “È in riunione”, “no, è andato via”

Quel che è certo è che Brancher è adesso solo e accerchiato, se si escludono i plausi al senso di responsabilità dei Cicchitto e dei Gasparri. Per tutto il giorno il telefonino dell’ex sacerdote paolino ha suonato sempre a vuoto. Solo la sua segretaria si affacciava dalla terza finestra a sinistra sopra Galleria Colonna, nel palazzo della Presidenza del Consiglio per guardare giù. Dove un sit-in dell’Idv, assieme a un gruppo di giornalisti e telecamere e ad alcuni cittadini autoconvocati aspettavano il ministro per essere sicuri che si recasse realmente in ufficio “per organizzarlo” e “per studiare le riforme”, cause che gli avrebbero impedito di essere presente in aula al processo Antonveneta. Si sentivano “presi in giro”. Proprio come il pm di Milano Eugenio Fusco, che in mattinata a Milano non si è trovato l’imputato in aula.

“Il ministro è qui, sta lavorando”, ha provato a spiegare la segretaria all’onorevole Idv Stefano Pedica. “Se non ci credete lo faccio affacciare”. Pedica ha radunato le telecamere e ha risposto: “Volentieri, l’aspettiamo”. Ma l’attesa è stata vana. Il ministro, ovviamente, non si è fatto vedere e non è nemmeno mai uscito dall’ingresso principale del ministero. Alle 18 gli uomini della sicurezza si sono fatti sfuggire un “da mo’ che se n’è andato, saranno tre ore”, quando invece avrebbe dovuto essere “legittimamente impedito” fino alle 18. E la stessa segretaria, all’ennesima telefonata, ha rettificato: “Ma no, è ancora qui, in riunione”, affrettandosi ad aprire un’altra finestra e accendere una luce fino ad allora spenta. Alle 19.30 è un altro membro della segreteria ad avvertire che “il ministro è andato via da pochi minuti”, anche se nessuno l’ha visto uscire.

Pd e Idv: “Lasci”

Intanto l’opposizione preme per le dimissioni. Brancher ha annullato tutti gli impegni pubblici dei prossimi giorni, compresa un’intervista a Sky tg24, in attesa di chiarirsi col presidente del Consiglio. Ma la conferenza stampa dal G20 di Toronto, è bastata per fare – per ora – un passo indietro. Resta sul tavolo una mozione di sfiducia da parte dell’Idv, che sta tentando di unire tutte le opposizioni, e parte della maggioranza, “per concordare insieme un atto doveroso per restituire dignità e credibilità alle istituzioni”. Si appellano ai finiani “offesi” e ai mal di pancia della Lega. E se il Pd ha fatto sapere di “essere pronto ad un confronto tra i gruppi di opposizione per concordare le iniziative parlamentari relative alla vicenda del ministro Brancher”, i parlamentari dell’Udc hanno definito la questione “negativa sia dal punto di vista generale, perché non si doveva estendere il legittimo impedimento a tutti i ministri, sia dal punto di vista particolare, perché non c’era bisogno di un ministero inutile”.

di Fabio Amato e Caterina Perniconi

Alla fine ci voleva Brancher per mandare il Pdl nel pallone e mettere insieme opposizione e pezzi di maggioranza, giornali di destra e di sinistra, trascinare insospettabili garantisti. E soprattutto a scatenare l’ira e la paura leghista.

L’altro ieri quasi pregiudicato ma prescritto, oggi indagato, ministro ad personam e (il)legittimamente impedito per un giorno, Brancher ha deciso di non avvalersi del lodo Alfano e di presentarsi dai giudici il prossimo 5 luglio. Troppo tardi, dopo la nota del Colle. Troppo tardi, dopo l’opposizione del pm Eugenio Fusco. Ma soprattutto troppo tardi per lo sconquasso creato dentro la maggioranza.

Insomma, quello che non era riuscito a fare il Pd in due anni è riuscito a Brancher in dieci giorni da ministro. E per un Berlusconi che minimizza – “piccole questioni interne” ha commentato da Toronto – dentro la maggioranza e i suoi sostenitori si è scatenato il finimondo. A cominciare da Giuliano Ferrara, il primo a vedere il boomerang tornare per colpire dietro l’angolo: “Forse ci siamo. Forse viene giù tutto. Forse torna l’Italia mozzorecchi, fino a oggi arginata dalla pazzia extra e anti politica di un imprenditore di talento, gigante inetto, votato insieme alla gloria e al più spietato autolesionismo politico”. Tradotto: Berlusconi ha sbagliato e regalato il fianco ai forcaioli dietro l’angolo pronti ad unire in un unico nefasto destino (per B.) il nome di Brancher e quello di Dell’Utri, in attesa di ben altra e più grave sentenza.

Eppure gli scricchiolii si sentivano già da giorni e i forcaioli andavano cercati altrove. Dal Riformista di Antonio Polito – solitamente incline alla miopia sulle vicende giudiziarie – al “Valzer stonato” del Corriere, fino alla irritazione dei finiani di Fare Futuro. Al Giornale, invece il difficile compito di regolare i conti, ma con una insolita afasia: tutto in casa, con il direttore Vittorio Feltri a bastonare l’errore politico e sconfessare le ragioni della nomina e il suo vice Sallusti a regolare i conti con la Lega: “Qualcuno nelle alte sfere del Carroccio ha chiesto (…) la nomina di Brancher a ministro. Questo qualcuno oggi abbia il coraggio di prendersi la responsabilità di fronte al Quirinale, al governo e agli elettori”.

Abituata ad essere dura e pura la Lega si trova in effetti oggi nella sgradevole posizione di chi deve salvare capra e cavoli. Da un lato la responsabilità di una nomina condivisa e finanche cercata. Dall’altra una base che vede con maggiore favore i cappi esposti che non le cronache di appropriazioni indebite e le sentenze per associazione mafiosa. Alla fine ha prevalso quest’ultima e il Carroccio ha scaricato Brancher. Prima con le parole di Bossi: “Mi sembra poco furbo – commentava ieri – chiedere il legittimo impedimento subito, è come mettersi al muro per farsi sparare”. Poi con Calderoli che oggi ha fatto eco al suo segretario – “Il fatto di fare il ministro è una cosa, sottoporsi agli adempimenti della giustizia un’altra” – e ha restituito un laconico “valuti lui” all’ipotesi di dimissioni di Brancher. Eppure era stato lo stesso Calderoli, dicono dentro il Pdl, a spingere per la nomina del neo-ministro e ad accompagnarlo per la firma di fronte a Napolitano.

La giornata e il “Chi l’ha visto”: “È in riunione”, “no, è andato via”

Quel che è certo è che Brancher è adesso solo e accerchiato, se si escludono i plausi al senso di responsabilità dei Cicchitto e dei Gasparri. Per tutto il giorno il telefonino dell’ex sacerdote paolino ha suonato sempre a vuoto. Solo la sua segretaria si affacciava dalla terza finestra a sinistra sopra Galleria Colonna, nel palazzo della Presidenza del Consiglio per guardare giù. Dove un sit-in dell’Idv, assieme a un gruppo di giornalisti e telecamere e ad alcuni cittadini autoconvocati aspettavano il ministro per essere sicuri che si recasse realmente in ufficio “per organizzarlo” e “per studiare le riforme”, cause che gli avrebbero impedito di essere presente in aula al processo Antonveneta. Si sentivano “presi in giro”. Proprio come il pm di Milano Eugenio Fusco, che in mattinata a Milano non si è trovato l’imputato in aula.

Il ministro è qui, sta lavorando”, ha provato a spiegare la segretaria all’onorevole Idv Stefano Pedica. “Se non ci credete lo faccio affacciare”. Pedica ha radunato le telecamere e ha risposto: “Volentieri, l’aspettiamo”. Ma l’attesa è stata vana. Il ministro, ovviamente, non si è fatto vedere e non è nemmeno mai uscito dall’ingresso principale del ministero. Alle 18 gli uomini della sicurezza si sono fatti sfuggire un “da mo’ che se n’è andato, saranno tre ore”, quando invece avrebbe dovuto essere “legittimamente impedito” fino alle 18. E la stessa segretaria, all’ennesima telefonata, ha rettificato: “Ma no, è ancora qui, in riunione”, affrettandosi ad aprire un’altra finestra e accendere una luce fino ad allora spenta. Alle 19.30 è un altro membro della segreteria ad avvertire che “il ministro è andato via da pochi minuti”, anche se nessuno l’ha visto uscire.

Pd e Idv: “Lasci”

Intanto l’opposizione preme per le dimissioni. Brancher ha annullato tutti gli impegni pubblici dei prossimi giorni, compresa un’intervista a Sky tg24, perché intendeva prima chiarirsi col presidente del Consiglio. Ma la conferenza stampa dal G20 di Toronto, è bastata per fare – per ora – un passo indietro. Resta sul tavolo una mozione di sfiducia da parte dell’Idv, che sta tentando di unire tutte le opposizioni, e parte della maggioranza, “per concordare insieme un atto doveroso per restituire dignità e credibilità alle istituzioni”. Si appellano ai finiani “offesi” e ai mal di pancia della Lega. Il Pd ha fatto sapere di “essere pronto ad un confronto tra i gruppi di opposizione per concordare le iniziative parlamentari relative alla vicenda del ministro Brancher”. E i parlamentari dell’Udc hanno definito la questione “negativa sia dal punto di vista generale, perché non si doveva estendere il legittimo impedimento a tutti i ministri, sia dal punto di vista particolare, perché non c’era bisogno di un ministero inutile”.