La proposta di aprire un blog sul sito de Il fatto quotidiano è coincisa, per me, con un evento importante della mia carriera di magistrato. Dal primo luglio presterò servizio presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, a Strasburgo, per una formazione di lungo periodo. Un’esperienza davvero importante. Potrò osservare da vicino il lavoro dei Giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Studierò le loro decisioni, e, prima, vedrò le carte sulle quali dovranno decidere. Potrò studiare gli ordinamenti giuridici stranieri.

Cercherò di analizzare il sistema giuridico italiano alla luce dei principi della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo, per poi riportare in Italia la mia esperienza (con l’obbligo di fare convegni sulla mia esperienza, per i successivi 18 mesi).

Un punto di osservazione davvero privilegiato, che avrò l’occasione (ed il piacere) di dividere con voi.

Proprio il giorno in cui arriverò a Strasburgo, la Grande Chambre deciderà un caso che ha fatto tanto clamore in Italia: quello relativo all’obbligo di affissione del crocefisso negli uffici pubblici. Personalmente sono rimasto molto colpito dal clamore che ha avuto questa decisione in Italia. Una decisione che ha forse più un valore simbolico che un valore reale.

Dando per scontata la necessità di rispettare tutte le posizioni- quella di chi ritiene che il crocifisso sia una imposizione, se esposto nei pubblici uffici, e quella di chi invece lo ritiene un diritto – è davvero difficile trovare una soluzione giuridica pienamente satisfattiva. Potrebbe essere, forse, quella di consentire l’esibizione di qualunque simbolo religioso negli edifici pubblici. Ma, a parte la difficoltà, sarebbe poi davvero difficile definire i contorni esatti di una religione.

Mi limiterò, quindi, ad una osservazione di carattere metodologico, senza calarmi né sui profili giuridici, né, tantomeno su quelli etico-religiosi.

Non sappiamo infatti cosa deciderà la Corte Europea, e sarà davvero interessante leggere la motivazione della sentenza. Si può però sin da ora rilevare come le forti reazioni che stanno precedendo la sentenza sono viziate da una tendenziale asimmetria: alle argomentazioni strettamente giuridiche della Corte Europea (sezione semplice) si è risposto su un piano diverso, quello religioso.

La Corte ha infatti contestato il decisum del Consiglio di Stato, il quale affermava che il crocifisso deve essere esposto negli uffici in quanto incarna i valori laici dello Stato italiano. Su questo punto la Corte dei Diritti dell’Uomo ha obiettato che il Crocifisso (che a questo punto scrivo maiuscolo) è invece un simbolo religioso. Basti pensare al fatto che la Croce Rossa, per poter operare in Medio Oriente, ha dovuto prendere il nome di Mezzaluna Rossa, per non essere identificata con un ente solamente cristiano.

Sotto alcuni profili, si potrebbe dire che la Corte dei Diritti dell’Uomo ha quindi ridato la giusta dignità al Crocefisso, trattato come un arredo dalla normativa italiana che ne impone l’esibizione, e giustamente rivalutato come simbolo del Cristanesimo. Questo ha comportato, però, nel ragionamento della Corte, una violazione del principio di eguaglianza di tutte le religioni.

Giusto o sbagliato che sia l’orientamento, come dicevo ciò che balza agli occhi è – a mio avviso – che il dibattito che ne è seguito si è mosso su argomenti (a volte veri e propri slogan) di grande effetto, ma incentrati più sul piano della comunicazione e su una manifestazione di fede, che su quello del diritto: “giù le mani dal crocifisso”, “se togli il crocifisso ti taglio le mani”, ed altri simili gruppi sono nati, per esempio, su facebook.

Ovviamente rispetto tutte le posizioni, ma è proprio questo approccio metodologico che mi ha lasciato perplesso. Si sarebbe forse dovuto insistere sulle argomentazioni giuridiche, e spiegare perché il crocifisso è un simbolo laico, o perché, se ha natura religiosa, deve essere esposto in uno Stato che si proclama laico e non ha più una religione di Stato.

L’adesione dell’Italia alla Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo, in base alla cui norme la Corte Europea lo ha deciso, lo avrebbe imposto. Sia per rispetto a questo alto testo normativo condiviso da oltre 40 Paesi, e recentemente recepito dalla stessa Unione Europea, sia per la necessità di dare una risposta adeguata e realmente utile ad aiutare (anche la Corte Europea, che comunque dovrò dare una risposta giuridica) ad un dibattito costruttivo.

Se mi è consentito un paragone, quanto appena detto vale ancor più se si considera che rispetto al burqa (o al c.d. burquini, il costume da bagno integrale usato dalle donne musulmane) si è sviluppato un dibattito di natura prettamente giuridica: ragioni di igiene nelle piscine pubbliche (le stesse motivazioni, cioè, per le quali in nord Europa la sauna anche in ambiente misto si fa completamente nudi: perché in Italia no?), ragioni di sicurezza sociale per consentire l’identificazione, ed argomenti simili.

Anche su questo preferisco non prendere posizioni, ma mi limito a rilevare che le argomentazioni che vengono addotte dai Musulmani a difesa di quelli che ritengono propri diritti sono anche esse di ordine esclusivamente religioso (derivano infatti da una interpretazione di alcune regole della propria religione).

Ma allora, viene da chiedersi, perché questa asimmetria metodologica? Perché per i musulmani valgono ragionamenti strettamente giuridici, mentre per il crocifisso si è svolto un dibattito incentrato su un piano completamente diverso?

Davvero non vorrei essere nei panni dei Giudici della Grande Chambre, ma qualunque sia la loro decisione, il mio invito è quello di leggerla attentamente, prima di commentarla: come ho già detto, ed a prescindere dall’effetto, il fatto che la Corte Europea abbia ricondotto il Crocifisso ad un simbolo religioso (quando il Consiglio di Stato lo aveva ridotto ad un arredo espressivo di valori laici dello Stato) ha costituito a mio avviso un momento di riconoscimento e rivalutazione da parte del supremo giudice dei diritti dell’Uomo, che ha sconfessato una posizione di fatto svalutante contenuta nella tesi giuridica italiana, restituendo la giusta dignità ad un Simbolo evidentemente molto sentito nel nostro Paese.