I giornalisti di solito non devono mai scrivere in prima persona. Ma la storia di Fabrizio Favata, l’ex amico e socio (occulto) di Paolo Berlusconi che alla vigilia del Natale 2005 fece ascoltare e consegnò al premier il nastro delle intercettazioni segrete tra Fassino e Consorte, merita un’eccezione. Io infatti di un pezzo di quella storia sono parte integrante. Favata l’ho incontrato più volte  nella primavera del 2009 quando ancora lavoravo a L’espresso. Erano i giorni delle inchieste del nostro settimanale sul vorticoso giro di ragazze, spesso a pagamento, che ruotavano intorno al premier. Un periodo difficile e pieno d’insidie per noi cronisti investigativi che dovevamo sempre più spesso fare i conti con  “bocconi avvelenati” (notizie false spacciate per vere), strani furti e trappole di ogni tipo.

Anche per questo con Favata agimmo con particolare prudenza. Inizialmente il suo racconto ci sembrò una bufala. Poi pensammo che fosse vero, ma indimostrabile. E alla fine ci convincemmo che il suo scopo principale fosse quello di battere cassa. Di chiedere soldi al nostro editore, ma soprattutto di utilizzarci per ricattare in qualche modo Silvio Berlusconi. Lui, del resto, si sentiva tradito dal premier, al quale diceva di aver fatto un così grande favore senza ricevere nulla in cambio. Ed era evidente che i suoi colloqui con noi potevano essere un’arma di pressione. Favata, un uomo che appariva realmente disperato, fu così messo alla porta. La mia idea, come spesso si fa in casi così scivolosi, era quella di prendere tempo. Attendere che partisse un’inchiesta della procura di Milano – Favata si era presentato ai magistrati rifiutandosi però sempre di verbalizzare le sue accuse – e poi scrivere tutto non appena fosse stato trovato un qualche riscontro ufficiale. La nascita de il Fatto Quotidiano e soprattutto la mossa a sorpresa degli investigatori che in dicembre mi hanno ascoltato come testimone, segretando le  mie dichiarazioni, hanno però fatto saltare il progetto. E con rammarico lo scoop è stato alla fine messo a segno dalla brava collega de l’Unità, Claudia Fusani. Ma ecco come sono andate le cose.
Favata lo incontro  dopo che per due volte ha già visto degli altri colleghi. A loro ha raccontato, prima a spizzichi e bocconi, poi quasi integralmente, tutta la storia. Senza però dire il suo nome e stando bene attento, almeno nella fase iniziale, a non nominare nemmeno quello della Rcs di Roberto Raffaelli, la società dell’uomo che lo aveva accompagnato ad Arcore.  Con me però si apre. Mi lascia il suo numero di telefono, mi mostra una serie di foto della sua partecipazione al matrimonio di Alessia Berlusconi (la figlia di Paolo) al quale era presente anche Silvio, e spiega di essere stato accoltellato alle spalle. Berlusconi junior, di cui era stato socio occulto nella Ip Time (una società di chiamate telefoniche via Internet), dopo avergli promesso “eterna riconoscenza da parte della famiglia” per la faccenda del nastro al momento opportuno si era sfilato. Quando lui, nel 2007, gli aveva chiesto dei soldi per poter aprire un’attività economica (l’Ip time era stata liquidata) gli aveva offerto solo poche migliaia di euro. E Favata, che piangeva spesso, aveva una moglie e una bambina piccola da mantenere.

Per questo mi dice di aver parlato prima con Niccolò Ghedini che però, dopo averlo visto, aveva liquidato il tutto con una secca telefonata: “Il presidente ha ritenuto di non aderire alla sua richiesta”. E di aver poi incontrato Giuliano Ferrara nella redazione del Foglio e quindi Maurizio Belpietro in quella di Panorama (il quale, detto per inciso, a mio parere ha fatto benissimo a pubblicare l’intercettazione di Fassino  quando era ancora direttore de Il Giornale). Favata spiega di essere stato spalleggiato in questo suo vagare pure dal proprietario di Rcs, Raffaelli, e da un terzo amico che lui chiamava “zio Alberto”.  Io però ho molti dubbi. Non vuole rilasciare un’intervista. La sua parola, oltretutto vale zero, perché è un pregiudicato. E pensare che qualcuno la confermi è impossibile. Se Raffaelli lo facesse finirebbe in galera (ha distribuito intercettazioni coperte da segreto) e la sua attività economica verrebbe rovinata. Ma non basta.
Sul momento non tutti i particolari che riferisce sembrano collimare con quello che allora sapevo dell’indagine sulle scalate bancarie. Per esempio, sostiene che tra le voci intercettate c’era anche quella dell’attuale segretario del Pd, Pierluigi Bersani. Un fatto che a me non risultava. Anche perché il Bersani  del caso dei furbetti del quartierino è un imprenditore, non un politico. Pure le date non tornavano alla perfezione. Inizialmente Favata mi dice di aver ascoltato le prime intercettazioni già in primavera quando invece la Guardia di Finanza comincia ad intercettare solo a giugno inoltrato (poi però si correggerà).

Così gli chiedo una prova. Gli regalo un registratore digitale e gli dico: “Registra Raffaelli”. Detto, fatto. Non si sente un granché: l’apparecchio funziona solo con le cuffie. Ma da quello che mi pare di capire Favata ripete ancora una volta tutta la sua storia a un uomo e racconta pure di come, per consegnare senza lasciare impronte a Paolo Berlusconi la chiavetta Usb contenente i file, utilizzò dei guanti. Quella, a suo dire, era però stata solo la seconda consegna delle intercettazioni. La prima, infatti, era avvenuta ad Arcore, presente Silvio Berlusconi, al quale era stata fatta sentire non la voce di Fassino, ma quella di D’alema (altro intercettato). Il problema è che Favata non mi dà una copia della registrazione e così mi viene un altro dubbio. E lo dico: “Io non conosco Raffaelli la voce che mi hai fatto sentire potrebbe essere di chiunque”. Favata però sembra deciso. Mi spiega che ha un contatto con la Procura di Milano dove andrà a raccontare non tutta la storia, ma solo una piccola parte: quello che lui sostiene di sapere su milioni di euro di fatture false con cui le aziende di Paolo Berlusconi avrebbero creato dei fondi neri.

È chiaro che vuole usare anche la magistratura per fare pressioni sul premier. Ma quando gli dico che mi pare molto rischioso, visto che la sua a tutta l’aria di essere un’estorsione, lui ride: “Vediamo un po’”, dice, “se hanno il coraggio di chiamare i carabinieri”. Rido pure io. Ma da quel momento in poi capisco definitivamente il suo gioco. Durante il nostro ultimo incontro lo affronto con un collega a muso duro: “Vai a testimoniare. Se continui così tu finirai in manette”. Lo pensavo davvero. E avevo ragione.