Scrivo queste note prima dell’esito sotto ricatto del referendum per gli operai di Pomigliano. Si sta sottoponendo a referendum la cancellazione di diritti previsti da un contratto nazionale che mai Confindustria Cisl e Uil hanno voluto sottoporre a referendum tra i lavoratori. Come dire: siete liberi di cancellarvi, non di darvi un volto. Ma la stampa nazionale, le TV e, purtroppo, anche una parte dei sindacati affermano che “non c’era alternativa”.

E allora, io voglio che si conosca il comportamento di Fiat quando gli operai dell’Alfa Romeo di Arese a metà degli anni ’90 hanno cercato una alternativa, rinunciando alla Cassa Integrazione voluta dai padroni e proponendo di non chiudere il più grande stabilimento della Lombardia (oltre 15000 dipendenti) per costruire l’auto ecologica e progettare una mobilità sostenibile.  Non era “prima di Cristo” come dice Marchionne, ma nel pieno della distruzione degli impianti (si veda al riguardo il video al link http://www.youtube.com/watch?v=B97sTMZmgcE ) che gli operai volevano salvaguardare, quando ancora il marchio Alfa acquistato dai torinesi era protagonista dell’immaginario collettivo, con il rombo dei suoi motori o con l’Alain Delon di Rocco e i suoi Fratelli o con la Brigitte Bardot del “Disprezzo” e quando faticare insieme aveva un senso e il lavoro un valore riconosciuto.

Decine di assemblee, che ricordo come Segretario della CGIL Lombardia, avevano imposto alla Fiat, che voleva solo chiudere e realizzare la vendita del terreno mai completamente pagato alla vecchia gestione, un piano di riconversione, cambiando prodotto e sostituendo ad una merce tradizionale un “obiettivo sociale” come la mobilità a basso impatto ambientale, con un progetto sull’auto a idrogeno e l’energia rinnovabile elaborato in due anni dall’ENEA. Un progetto che conosco bene perché ci ho lavorato sotto la direzione del Nobel Carlo Rubbia e che prevedeva una rioccupazione per almeno 7000 dipendenti.

Un piano industriale che ad Arese avrebbe portato ricerca, progettazione, realizzazione e commercializzazione di un prodotto socialmente desiderabile, proponendo nel contempo soluzioni alla crisi ambientale del territorio lombardo. Ma occorrevano due presupposti fondamentali: un’azienda che rischiasse senza la copertura di danaro pubblico e un governo nazionale e regionale che capissero che la svolta della green economy era la chance ineludibile per la regione più avanzata, ma anche più esposta alla corruzione e al declino manifatturiero.

Due presupposti scontati per il sindacato, FIOM in testa, ma scomodi e non abbastanza remunerativi per la FIAT e per Formigoni. Che infatti non onorarono mai l’accordo firmato, per arrivare, dopo 15 anni, a incassare una speculazione sui due milioni di metri quadri di terreno ex-Alfa con villette e il più grande centro commerciale d’Europa dato in licenza ad un esponente locale in quota Comunione e Liberazione.

Quando vedo i nostri prezzolati opinion leaders stracciarsi le vesti per un sindacato – la FIOM – che da solo rifiuta di accettare la cancellazione della dignità dei suoi iscritti e li sento affermare che così si esce dalla storia, mi viene in mente il Charlot di Tempi Moderni che canta – è l’unico momento in cui si sente la sua voce in un film per il resto muto – la celebre canzone della Titina: “Io cerco la Titina, la cerco e non la trovo, Titina, mia Titina, chissà dove sarà…”, alludendo ad una alternativa che lo rifacesse assomigliare ad un uomo.

Quello che non si vuole più contemplare in questo mondo dove fare il manager, il politico e perfino il sindacalista non comporta più innocenza , ma opaca assuefazione alle regole di una società per il danaro, a cui i diritti e addirittura la vita umana vengono subordinati. Eppure, non era male e nemmeno in perdita l’Alfa Romeo di Arese che io ricordo, quando – era il 1984 – in fabbrica entrava il grande Eduardo De Filippo e il popolo operaio, undicimila quella sera con il vestito della festa, varcava insieme a tutta la famiglia la soglia del grande “capannone 6” per andare a assistere alla rappresentazione della “Filumena Marturano“. Certo non c’era Marchionne…ma nemmeno uomini e donne robot