Siamo un disastro! Era questo fino alle otto di sera il titolo del grande cartello che stavamo facendo preparare per l’homepage del nuovo sito de ilfattoquotidiano.it. Poi alle 20,30 una specie di mezzo miracolo (intero no, perché come Trapattoni abbiamo ormai imparato a non dire gatto se non ce l’hai nel sacco). Il tecnico, soprannominato il guru, a cui i ragazzi di Arsenale 23 – la nostra factory crossmediale-  si sono rivolti per capire cosa stava accadendo sui server stracarichi, ha cominciato a risolvere (alcuni) problemi. Sarà stato perchè è un abbonato sostenitore de Il Fatto quotidiano, o sarà stato perchè tutti dicono che è un genio (buona la seconda), ma abbiamo cominciato a vedere un po’ di luce.
Il sito gira. E sembra pure veloce. Certo, non abbiamo la più pallida idea di quello che accadrà in mattinata quando, prevedibilmente, saremo di nuovo presi d’assalto. Intanto cerchiamo di aggiornare la pagina con nuovi articoli e interventi dei blogger. Ma ci assicurano che questa volta la difficile architettura delle macchine che ci permettono di entrare in contatto con il web dovrebbe reggere. Gli scongiuri però, dopo 48 ore d’inferno, non sono semplicemente di rito.
Obbligatorie sono poi le scuse. Non solo a tutti i navigatori ai quali va pure un sentito ringraziamento  per esserci stati vicini e aver fatto il tifo per noi (basta leggere quello che viene scritto in centinaia di commenti e di blog). Qui dobbiamo soprattutto chiedere scusa ai nostri 40mila abbonati online che per scaricarsi il giornale in pdf (da loro pagato) ieri hanno dovuto fare i salti mortali. Se le cose si rimettono davvero a posto, ora andrà meglio.
Ma, arrivati a questo punto, non è il caso di eccedere nell’ottimismo. La notte, nel momento in cui scriviamo, è ancora lunga. E appare pure buia e piena d’insidie. Vediamo un bagliore là in fondo.  Ma non sappiamo ancora cosa sia.

Nell’incertezza, due fatti però ci consolano. Le offerte concrete e disinteressate di aiuto che ci sono arrivate dai gestori di altri siti internet e di altre factory. E la guerra (non dichiarata) che ci ha mosso qualche grande gruppo editoriale dopo aver visto solo per  pochi minuti  ilfattoquotidiano.it.

Alcuni dei nostri blogger sono stati contatti ed è stato  detto loro che se continueranno a usare i nostri spazi per dire quello che pensano, non potranno più scrivere sui loro giornali. Più che un attentato alla libertà di parola è un episodio  (molto poco elegante) di concorrenza commerciale. Segno che se anche il nostro parto è doloroso, le nostre idee e le nostre invenzioni a molti fanno paura. Bene. Perchè, se riusciremo davvero a restare on line,  da adesso cercheremo di farne loro ancora di più.