La settimana scorsa è venuto il tecnico di Fastweb per attivare la connessione internet nella mia nuova casa. Più che di un’attivazione si è trattato di un trasloco di linea, da Milano a Palermo. Nell’occasione, oltre a scoprire che la fibra ottica in Sicilia non esiste, ho assistito per l’ennesima volta alla sconcerto che regolarmente, da circa un mese a questa parte, accompagna il presentarmi al prossimo in terra sicula.

Quando dico che sono un milanese e che ho lasciato Milano per venire a vivere qui a Palermo, i miei interlocutori reagiscono sempre allo stesso modo: strabuzzano gli occhi, spalancano la bocca, rimangono muti per un tempo incalcolabile, proprio loro, campioni della battuta pronta, e quando si scrollano da questo stupore catatonico irrimediabilmente chiedono: “perché?”.

Per amore, semplicemente, rispondo. E perché Milano, e il suo stile di vita, mi avevano stancato già da un po’ di tempo in qua. Una spiegazione che risulta molto romantica ma poco seria, e che da quanto vedo non soddisfa granché. E infatti, puntuale, arriva subito la seconda domanda (come a dire, bando alle cazzate e veniamo al sodo): “Ma che lavoro fa?” Eccoci, penso.

Già, perché quando rispondo che sono un giornalista freelance glielo si legge chiaro negli occhi quello che pensano: questo è pazzo, viene a cercare lavoro in Sicilia. Ma poi, invece, regolarmente chiosano con un “è un grande onore averla qui”. Frase che continua a trasmettermi una gran tenerezza, e una certa forma di tristezza. Che sono pazzo, invece, me l’hanno detto chiaro e tondo la maggior parte di familiari e amici di Milano. Ringhiandomi in faccia fino all’ultimo la mia scelleratezza. Tant’è.

Ora, dalle finestre di casa non vedo più le botteghe delle chinatown milanese e l’antennone della Rai di corso Sempione, ma un quartiere popolare e verace di Palermo dominato dal castello di Utveggio, su monte Pellegrino. E penso che dalla città delle televisioni mi sono spostato a quella dei telecomandi. Che a suon di stragi hanno contribuito a sintonizzare la storia d’Italia su questo tristissimo e sciagurato medioevo telecratico.

C’è tanto da vedere, ascoltare e capire, qui a Palermo. E familiarizzando ogni giorno di più con la mia nuova terra, due cose penso di poter già affermare con certezza. La prima è che, come dimostra la cronaca quotidiana, le intercettazioni ambientali e telefoniche sono vitali per proseguire nella lotta alla mafia. Insospettabili imprenditori vengono smascherati con indagini di anni, altro che i 75 giorni previsti dallo sciagurato decreto. E poi che c’è una crescente e diffusa voglia di dire basta e di cambiare: tanti giovani che si stanno rimboccando le maniche contro tutto e tutti, anche perché un giorno il trasferirsi da Milano a Palermo non venga considerato una follia. Sabato scorso per le vie del centro si è svolto il primo gaypride nella storia di questa città. Nonostante le tante intimidazioni, istituzionali e non, è stata una giornata di gioia, colori ed emozionata e partecipata emancipazione. Una vera conquista da queste parti.

Partiamo da qui. E fanculo l’onore.