Inizio il mio blog con questa foto perché ha in sé una forza straordinaria. Parla, e da sola ci dice mille cose. L’ha scattata Luigi Bonadio, calabrese di Placanica, il 1 Maggio di quest’anno a Rosarno. Nella piazza dedicata a Peppino Valarioti, giovane intellettuale e dirigente comunista ucciso dalla ‘ndrangheta trent’anni fa, c’erano i lavoratori calabresi e gli immigrati. Tantissimi.

Venuti a Rosarno dopo gli scontri dei mesi precedenti e la cacciata dei raccoglitori di arance. Furono giornate di sangue, di terribile violenza, il cuore della Piana di Gioia Tauro trasformato in un pezzo di Alabama degli anni Cinquanta. Razzismo, ‘ndrangheta, la rabbia di un Sud senza speranze pronto ad esplodere contro chiunque, “i nivuri”, soprattutto, c’era tutto in quelle giornate.

Tutti contro i neri, quelli che vivevano in fabbriche abbandonate, in casolari cadenti a dividersi lo spazio con i topi, lavoravano dodici ore al giorno per quattro soldi e si cibavano di arance per non crepare. Ancora una volta la Calabria riusciva a mostrarsi come il volto peggiore di un Sud devastato dalla peste. Il 1 Maggio Luigi è in piazza con la sua macchina fotografica, La ragazza della foto sta sfilando in corteo con i suoi fratelli extracomunitari.

E’ un giorno importante per la sua gente e lei ha deciso di indossare il velo. Luigi la inquadra col teleobiettivo, lei si accorge di aver attirato la curiosità del fotografo e fa un gesto inaspettato. Naturale, spontaneo. Bellissimo. Si ferma, si volta, solleva il velo, mostra il suo volto da regina mediorientale e fa la linguaccia.

Uno sberleffo contro tutto: la mafia, il razzismo, la crisi, le parole morte dei politicanti, gli oltranzismi che rovinano la vita dei popoli. Mostra la sua bellezza e la scaglia contro il brutto che ormai trionfa in questa parte dolente dell’Italia. La Calabria piegata da mille metastasi, la mafia, il malaffare, l’indifferenza, le divisioni e i veleni che pure ammorbano quelli che si credono i migliori. A Luigi ho chiesto perché fotografa e quando lo fa il suo obiettivo si ferma soprattutto sui volti della sua gente.

“Guardo il mondo in cui vivo e cerco di dire quello che sento attraverso le fotografie. Se riprendo un tramonto rosso fuoco sorge in me un sentimento di gratitudine e serenità verso l’equilibrio universale. L’importante è che l’immagine, quel rettangolo di tempo fermato in una frazione di secondo, possa farmi assaporare lo stesso sentimento ogni volta che la guardo, la osservo, la vivo. Perché fotografo? Forse perché voglio cambiare il mondo. La fotografia è impegno, condivisione di sentimenti, riflessione. Ma è soprattutto denuncia. Ecco perché fotografo”.

Luigi, i suoi occhi curiosi del mondo e la sua macchina fotografica, una moderna Salomé incontrata per caso in un deserto chiamato Rosarno: anche nella Calabria delle stragi, dei mille malaffari e dei veleni c’è posto per la bellezza.

(http://www.flickr.com/photos/luislacar/)