Leggo di questa storia di chiamarsi compagni o meno tra gente del Pd, e mi viene in mente di quando, negli anni ’70, ero cronista dell’Unità a Trieste (all’epoca c’era una pagina locale) con tanto di ufficio al pianterreno della fortezza che ospitava la federazione comunista.

Ogni mattina ricevevo la visita del “vecio”, che era nientemeno che Vittorio Vidali, alias Carlos Contreras, commissario politico delle Brigate internazionali, grande rivoluzionario professionale o sanguinario sicario di Stalin in tutti i continenti, a seconda dei punti di vista. “Allora citoyen – diceva Vidali – quali sono le notizie?”.

Essendo le otto e mezza, nove del mattino, la mia risposta tendeva a svicolare: “Per ora calma piatta, vedremo più tardi”. “Ah ah, citoyen, la verità è che le notizie ci sono, ma tu non le conosci, ah, ah, buona giornata, citoyen”. Le due ore successive, ovviamente, le passavo cercando disperatamente improbabili notizie, nella speranza di offrirle in dono due piani sopra, dove albergava il “vecio”.

A parte questo, quel “citoyen” aveva pero’ il merito di ricordarmi da dove si veniva, o da dove mi piaceva che venissimo: dall’89 francese, prima che dal ’17 bolscevico. E poi “citoyen” mi pareva più elegante di “compagni”, che era fraterno in teoria, ma anche neutro e freddo come un capannone industriale. Provai ad usarlo qua e là, ma i compagni mi guardavano strano. Chissà, magari è venuto il momento, più di trent’anni dopo. Che ne dici, citoyen Bersani?