Il teatro c’è ed è vivo, basta andarlo a cercare nei luoghi e dalle persone che lo vivono come necessità inevitabile. Chi la settimana scorsa nel centro storico di Napoli a pochi passi da piazzetta Nilo ha fatto esperienza della “fabbrica dei sogni” di Davide Iodice ne resta convinto.

Intanto il luogo. Il dormitorio pubblico. Sapevate che esiste? Ospita 108 uomini e 15 donne. La notte. In lista d’attesa ci sono una cinquantina di persone. Un luogo in cui la materia del grande sonno che circonda la vita si fa reale fino ad avverare la massima coincidenza tra solitudine della condizione umana e attività onirica, come scrive Conrad in Cuore di tenebra “we dream as we live, alone”.

Ma dove grazie al teatro di Iodice questo cerchio, almeno per qualche momento, si spezza. Perché noi pubblico veniamo a nostra volta ospitati da persone che sono diventate ospiti estremi della vita – per “un dettaglio” andato storto, una figlia paralizzata dopo un incidente, una moglie che dà di matto, il vino. Persone scivolate lì su quel bordo dove il sogno di una casa al mare diventa la cabina di uno stabilimento per ripararsi alla meglio in solitudine e abbandono.

Lo racconta uno degli otto utenti del dormitorio che partecipa alla scena di un’ultima cena imbandita nel refettorio. Insieme a Peppe, Osvaldo, Anna, Angela, Giovanni, Alberto fa scorrere davanti agli occhi il film delle sventure che lo hanno portato là dentro. È una tavola di sogni concreti, con cui fare i conti notte dopo notte. Davide Iodice ha impiegato nove mesi a realizzare questa possibilità. Restando per ore seduto in silenzio nella stanza dove giocano a carte, ha conquistato la fiducia di persone che per forza di cose ne hanno molto poca in loro stessi.

E grazie alla strada compiuta con il teatro in questi suoi venti anni coraggiosi riesce a saldare corpo e visione onirica in una indimenticabile ora di teatro. La grande sala del dormitorio si popola della violenza dello stupro, della ostinazione furiosa della burocrazia, del tremore di un risveglio liberatorio, di una nuotata serena… c’è una sapienza artigianale, fisica, musicale, nel teatro di Iodice, un rispetto umano e un lavoro che vale da solo il bilancio di tre teatri stabili messi assieme; e che per fortuna ha potuto avvalersi dell’aiuto di quello di Napoli.

Canto per chi non ha fortuna / canto per te… Canto per rabbia e per paura/contro di te…: sono le parole della “Canzone arrabbiata” (di Nino Rota, era in “Film d’amore e d’anarchia”, 1973, Lina Wertmuller) che ci congeda nel finale, mentre un corpo vola nel suo sonno sospeso, e assistiamo agli uomini che prendono coraggio teneramente cantando davanti ad altri uomini, in bilico tra oggi e domani.