A voler alludere ad una nota pubblicità, si può arrivare ad un appuntamento benvestiti in grande spolvero ma sbagliando giornata. Lo stesso errore, se non più grave, si potrebbe compiere in occasione di un importante “date”, appuntamento. Immaginate di arrivare in perfetta condizione, col sorriso smagliante e con una misé che più ci esalta ma toppando sulla scelta del cadeaux da portare.

Se si tratta di vino, poi, il disastro può assumere dimensioni anche apocalittiche. Per la selezione della bottiglia non ci sono giornate a targhe pari o dispari che facciano da semaforo nella scelta. Non c’è mica scritto sul Cv delle persone né sulla loro pagina facebook quale sia il vino preferito o il tipo più amato e chiederlo alla vigilia dell’incontro è iniziare il match con 3 punti di svantaggio.

Anche l’escamotage di indagare sulla pietanza, se si vuole far la cosiddetta “bella figura” risulta una tattica goffa. E allora, che fa il Mario o la Roberta di turno? Entra in enoteca implorando il commesso più esperto d’illuminarlo, di sollevarlo dalla paura dell’errore; Mario e Roberta chiedono una sola cosa: “La prego mi aiuti, non so che vino scegliere e non voglio sbagliare”. Ma una simile domanda, posta a un vero esperto, a volte è come chiedere a un bambino: “Vuoi più bene a mamma o a papà”. Con i dovuti distinguo ovviamente…

Quindi all’ansia di M. e R. si aggiungerà la confusione dell’enotecario. Se esistono delle chiavi passpartout anche per mille camere d’albero, esisterà pure un vino che abbia la stessa agognata polivalenza. Sì ma la prima bottiglia deve essere speciale, come il primo mazzo di fiori che si regala o la prima cravatta. L’errore degli errori in questo caso è la banalità, le rose rosse fanno sempre piacere, ma da quando ce le propinano a pié sospinto e le vediamo smunte e malaticce, da donne ci chiediamo sempre: “Da dove le avrà comprate? Mica dal venditore ambulante?”

Così, se rosa rossa deve essere, che sia almeno selvatica o inserita in una composizione dal sapore curato e moderno. Lo stesso si può dire dello Champagne: le bollicine han sempre il loro fascino, non quelle della coca cola, ca va san dire, ma che almeno sià rosè, millesimato, di una azienda meno conosciuta, ma non per questo dozzinale. Sì, ma arrivare con una bottiglia del genere equivale a una dichiarazione implicita, potrebbe esser visto come gesto “cafonal”o come prassi anni ’80.

Allora che fare? Un vino spumante di buona fattura, bevuto prima di sedersi a tavola, invoglia sempre, induce una naturale salivazione (quella che la cara vecchia tradizione orale definiva acquolina in bocca) e ci spinge a voler mangiare. La soluzione quindi è proprio lì,vicina a noi alla nostra cultura, alle nostre tasche: il Prosecco, non quello sgasato dei bar di periferia, quello buono della zona giusta a una temperatura giusta. È tradizionale e moderno, trasversale e inebriante. Proprio ciò che ci si aspetta da una persona al primo .