La fuga dall’Italia ha tanti nomi e tanti volti nel Regno Unito. Per metterli a fuoco, basta ascoltare alcuni dei tantissimi italiani “rifugiati” oltremanica. Raccontano storie esemplari, come quella di Simona, che insegna al King’s college di Londra, Francesco, dottorando e già docente a Reading, Elisa, appena sbarcata nel Regno Unito dopo la laurea, o Roberto, che sta completando i suoi studi. A differenza dei nostri “emigranti” di un tempo, si tratta di persone qualificate a livello accademico, che dopo i loro studi universitari cercano in Inghilterra le soddisfazioni professionali che l’Italia sembra non offrire più loro. Minimo comune denominatore: la voglia di trovare un paese dove il merito sia riconosciuto e non ridicolizzato.

Per esempio Simona. Da 10 anni in Inghilterra, un figlio di un anno e mezzo “che non vorrei per nulla al mondo studiasse in Italia”, è titolare della cattedra di politiche Ue al King’s College. Simona ha un curriculum di tutto rispetto. Laureata in scienze politiche nel ’93 alla Luiss di Roma, dottorato alla scuola internazionale di Firenze, tre anni di lavoro al Cairo per le Nazioni Unite, per toccare con mano i temi della globalizzazione e dell’immigrazione. “Ma in Italia tutto questo non bastava, o meglio, non serviva proprio. Appena laureata – precisa – il mio relatore di tesi non ha gradito molto la domanda di rito sul “dopo”. Lui, il barone di turno, si è messo a ridere, indicandomi la lunga lista dei suoi candidati al dottorato”. Simona non se lo fa dire due volte e prende la via dell’Inghilterra. “Ho anche provato a fare domanda per essere ricercatore all’università di Firenze, ma mi hanno risposto che la mia tesi di dottorato non era valida in Italia, se non la traducevo dall’Inglese”. Quando le chiediamo i punti chiave che dividono l’accademia italiana da quella britannica, risponde senza esitazione: “In Italia contano le appartenenze e la politica dipartimentale, qui il merito e la qualità della ricerca. I cervelli scappano per tutto questo. E anche per quanto male sono pagati in Italia. Un cervello che non mangia, conclude amara, non funziona neppure”.

Con Simona è d’accordo Francesco, che dalla Sapienza di Roma si ritrova a Reading, città universitaria nella regione di Londra. Anche facendo tesoro delle precedenti esperienze all’estero, se ne è andato dopo il dottorato, e anche lui, già prima dei 30 anni, è incaricato di tenere corsi universitari di filosofia. Il suo futuro non lo vede più in Italia. La differenza di qualità nella vita accademica dei due paesi la mette a fuoco in questo modo: “Nelle università inglesi, ricercatori e docenti interagiscono costantemente con i colleghi e sono sempre disponibili a incontrare gli studenti. Tutto è basato sul merito e, diversamente dall’Italia, si ha la netta sensazione per un giovane ricercatore di dettare l’agenda della ricerca”. Ma davvero le raccomandazioni non esistono da queste parti? “Si fa tutto alla luce del sole – risponde Francesco sorridendo – e conta veramente quanto sei bravo. Sennò, pensano, perché mai un’università dovrebbe prenderti?”.

“Invece in Italia, se non conosci nessuno che fai?”. Elisa, 25 anni è arrivata ad Agosto di quest’anno da Abbadia San Salvatore, dopo una laurea con indirizzo sociologico all’università di Terni. “Il mio ragazzo ha fatto uno stage di sei mesi, e poi è stato buttato fuori: che fiducia posso avere nel mercato del lavoro italiano?”. Le dà man forte Roberto, laureato in economia e adesso a Londra per un corso di studi superiori: “Mi fa ridere quando Pierluigi Celli, il rettore della Luiss, invita il figlio a lasciare il paese. Non è un barone anche lui?” E aggiunge: “Personalmente sono scappato a 26 anni subito dopo la laurea, perché dopo la riforma la cultura è in svendita e troppi vanno ad intasare l’accesso alle carriere”.

Insomma, chi ha trovato riparo all’ombra del Big Ben, a tornare in Italia non ci pensa proprio. “Un mio caro amico – ricorda ancora Simona – dopo il dottorato alla London School of Economics ha pensato bene di tornare, anche se ho provato in tutti i modi a trattenerlo. Per cambiare il sistema da dentro, ha detto. Oggi fatica ancora a trovare un assegno di ricerca”.

Da Il Fatto Quotidiano del 17 dicembre 2009