All’Aquila ci sono stata in marzo. Eravamo in campagna elettorale e dal centrodestra ci hanno detto che eravamo degli sciacalli, perché ci siamo permessi di denunciare quello che i telegiornali non facevano vedere: centinaia di case gravemente lesionate o distrutte, l’accesso al centro storico completamente chiuso al transito e vigilato dall’esercito, nel complesso un sistema che ha tamponato le emergenze immediate ma che non ha allungato lo sguardo alla ricostruzione vera. Solo da pochi giorni avevano cominciato a portar via un po’ di materiale, dopo le proteste del popolo delle carriole.

Tre mesi dopo, gli amici dell’Aquila mi raccontano che i mucchi sono in buona parte ancora là e che il silenzio spettrale di notte è sempre lo stesso. E la gente è di nuovo in strada a manifestare, per chiedere che lo Stato non dichiari archiviato il terremoto d’Abruzzo, magari nella fretta di seppellire anche gli scandali della Protezione civile. Anche la televisione ha conservato la stessa distrazione.

Intanto i destini dell’Aquila si decidono in Commissione al Senato, dove si sta discutendo la “manovrina” finanziaria, in cui all’articolo 39 si parla della proroga della sospensione delle tasse per le popolazioni colpite dal sisma. Un provvedimento su cui ci sarebbe parecchio da dire, dato che quell’art. 39 dispone che la sospensione delle tasse sia prorogata fino al 15 dicembre solo per i lavoratori autonomi con volume d’affari fino a € 200.000 su base 2008.

A parte il fatto che i lavoratori autonomi pagano le tasse con l’Unico a maggio del 2011, e quindi la proroga al 15 dicembre è una solenne presa in giro. Ma comunque, sarebbero realmente interessati solo i professionisti con un buon reddito e un certo numero di esercizi commerciali, e si andrebbe a creare una terribile disuguaglianza, dato che a volumi d’affari uguali corrispondono redditi estremamente diversificati. Se c’è una proroga da fare, bisogna farla in base al reddito e non al volume d’affari, dato che in Italia vige la norma che a parità di reddito c’è parità di tasse, e a prescindere da come si produca il reddito.

Poco saggia anche l’esclusione dei lavoratori dipendenti e dei pensionati dalla proroga, perché azzera una possibilità di rilanciare l’economia del cratere. I soldi “freschi”, infatti, sono quelli degli stipendi e delle pensioni e se questi sono chiamati a pagare le tasse correnti, le tasse non versate nei primi sei mesi del 2010 e 1/60 delle tasse sospese nel 2009, più i mutui e le utenze, ben poco rimane per far “girare l’economia”, come diceva lo spot del Governo.

Ancora? Dal 1° luglio si riattivano mutui, contributi, finanziamenti, leasing, cartelle esattoriali. Quanti saranno a dover chiudere per impossibilità di accesso al credito? Quali garanzie immobiliari può offrire un imprenditore quando gli immobili non ci sono più? La stessa ‘zona franca’ crea concorrenza sleale, in quanto chi va a l’Aquila e apre un’attività non paga tasse e contributi per cinque anni, poi ne comincia a pagare il 60%, poi il 40% per un totale di 14 anni. Ma questa regola non si applica a chi l’attività già ce l’aveva.

Gli abruzzesi assomigliano ai miei friulani: gente che lavora e che vorrebbe ricostruire le sue fabbriche, le sue case, le sue chiese. Ma in Abruzzo non si è voluto fare come in Friuli, non si sono dati poteri e risorse ai sindaci, tutto è stato centralizzato e al posto di un solidale impegno finanziario dello Stato per la ricostruzione, sono state fatte comparsate televisive. Per fortuna almeno queste ora le evitano.
Ora, dall’assemblea cittadina dell’Aquila sono state fatte delle proposte precise per ricostruire l’economia della città. Credo sarebbe ora che il Governo cominciasse ad ascoltare questa gente civile e laboriosa che, nelle condizioni in cui si trova, tutto dovrebbe fare e di tutto dovrebbe aver voglia meno che di manifestare e di occupare le autostrade.