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Archivio cartaceo | di Redazione Il Fatto Quotidiano | 15 giugno 2010

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Processo Dell’Utri, i figli del giudice
e le “chiacchiere” di Palermo

Il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri

Uno, Riccardo, l’ingegnere, fino a ieri era impiegato nell’azienda ”Abitalia”, collegata alla ”Aedilia Venusta”, la società espulsa per mafia da Confindustria e il cui titolare, Vincenzo Rizzacasa, è stato arrestato la scorsa settimana per riciclaggio. L’altro, Fabrizio, 40 anni, è il segretario generale del comune di Palermo, chiamato fiduciariamente dal sindaco Diego Cammarata (Pdl), al culmine di una carriera fulminante che lo ha portato a superare di slancio avversari più anziani ed esperti. I figli ”so’ pezz’ e’ core’’ anche per il presidente della seconda sezione della Corte di appello, Claudio Dall’Acqua, chiamato a giudicare tra qualche giorno Marcello Dell’Utri, il senatore del Pdl condannato in primo grado per concorso in associazione mafiosa a 9 anni, per il quale il pg Nino Gatto ha chiesto una nuova condanna a 11 anni.

E se, come scrive Marco Travaglio, “la Corte non fa mistero di una gran voglia di assolverlo, almeno a giudicare dalle ordinanze con cui ha rigettato quasi tutte le richieste dell’accusa’’, le carriere, nel pubblico e nel privato, dei due figli del presidente Dall’Acqua riempiono i salotti buoni di Palermo di ciniche chiacchiere, che lanciano un’ombra sulla reale indipendenza di un collegio giudicante a cui è affidato uno snodo processuale determinante. Per sgombrare il campo da equivoci e sospetti, Riccardo Dall’Acqua si è immediatamente dimesso dall’ “Abitalia”, l’unica tra le società di Rizzacasa a non essere sequestrata dalla magistratura.

Il toto-dell’Utri, intanto, impazza. Condanna o assoluzione per il braccio destro di Berlusconi? Su questo dilemma è piombata nei giorni scorsi la sentenza della Cassazione che ha rimesso in discussione l’assoluzione di Dell’Utri a Milano in un processo per estorsione su uno sfondo mafioso, trasformandola di fatto in un’indicazione di condanna.

Si domanda Travaglio su L’Espresso: “Riusciranno i giudici di Palermo ad assolvere Dell’Utri per mafia, quando la Cassazione l’ha già ritenuto autore di un’estorsione mafiosa?’’. E persino il garantista Giornale di Sicilia, nelle cronache dell’arresto di Rizzacasa, non ha potuto fare a meno di evidenziare che il professionista arrestato ”non ha mai fatto mistero di amicizie importanti in procura e annovera tra i suoi dipendenti il figlio del giudice Claudio Dall’Acqua’’.

Boatos palermitani, alimentati anche dall’altro figlio del presidente: Fabrizio, 40 anni, ora segretario generale del comune di Palermo. Dopo una gavetta trascorsa in piccoli paesi del palermitano (Sclafani Bagni, Aliminusa, Campofelice di Roccella, Belmonte Mezzagno, Monreale) , nell’ottobre del 2008, Fabrizio conquista la segreteria comunale di Trapani, che gli consente di accedere a soli 38 anni al vertice dei comuni di prima fascia. Da qui a Palermo il passo è breve: il giovane segretario comunale arriva alla poltrona burocratica più alta del capoluogo il 18 gennaio del 2010 superando il più anziano (e titolato) Gaspare Nicotri, 61 anni, oggi segretario generale del comune di Catania. Interpellato sulla vicenda, Nicotri taglia corto: ”Di questa storia non parlo”.

Così a Palermo, imperversano le chiacchiere sulla composizione del collegio che sta per portare a termine il processo dell’anno, anche in considerazione della presenza, tra i giudici a latere, di Sergio La Commare, passato alle cronache per un “pizzino’’: non come quelli di Provenzano, ovviamente, ma un biglietto inviato dal suo ufficio di gip, nel 1993, all’allora pm Giovanni Ilarda, nel quale chiedeva aiuto per evitare una “noiosa camera di consiglio’’. In sostanza, La Commare sollecitava il pm affinché gli scrivesse “due righe, perché argomentare in senso contrario (alla difesa, ndr) comporta l’attento esame del fascicolo che è ponderoso’’.

Quella ”pigrizia” professionale (non voleva leggere le voluminose carte processuali), gli costò un procedimento disciplinare da parte del Csm che gli inflisse una censura e lo trasferì al Tribunale di Trapani, come scrisse l’Adnkronos del 15 novembre 1996, per “avere mancato ai propri doveri di imparzialità”, violando gli obblighi di correttezza e compromettendo il prestigio dell’ordine giudiziario. Il provvedimento, confermato dalla Cassazione, non gli ha impedito di sedere tra i banchi della corte di appello di Palermo che giudica Dell’Utri.

Di fronte al peso di queste vicende appaiono insignificanti le accuse mosse da Massimo Ciancimino al terzo dei componenti della Corte d’appello, Salvatore Barresi, indicato nei giorni scorsi dal figlio di don Vito su un settimanale come uno dei frequentatori abituali del tavolo di poker di casa Ciancimino. Barresi ci andava, minimizza il fratello di Massimo, Giovanni, ma solo durante la prima giovinezza, ”molto prima di diventare magistrato”.

Storie palermitane che rafforzano l’auspicio formulato dall’imputato, che ha sempre definito “monnezza” le accuse contro di lui. Pochi minuti dopo la sua condanna, l’11 dicembre del 2004, Dell’Utri disse: “Sono convinto che alla fine troverò un giudice che crederà nel teorema della difesa e che mi darà ragione”. E proseguì con una considerazione sibillina: “Poi, se non lo troverò, si vedrà”.

di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

da Il Fatto Quotidiano del 15 giugno 201o

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