Nessuno è ancora riuscito a spiegarsi come mai, pochi giorni fa, Alvin Greene, un perfetto sconosciuto di 32 anni, veterano dell’esercito Usa, attualmente disoccupato e convivente con l’anziano padre, pur senza condurre nessuna campagna elettorale in forma percepibile (ma lui assicura di aver “lavorato sodo”), ha vinto le primarie del Partito Democratico nella Carolina del Sud. E, se nessuno riuscirà a convincerlo a farsi da parte, sarà il rappresentante del partito alle prossime elezioni per il Senato degli Stati Uniti.

Naturalmente giornali e tv hanno immediatamente cercato Greene per porgli qualche domanda sui suoi programmi, sulle sue passate esperienze, e soprattutto sul come abbia potuto convincere il 59% dei votanti a puntare su di lui, ma le risposte, estratte con grande fatica e bofonchiate in mezzo a innumerevoli “you know”, equivalenti dell’italiano “cioè” , sono state piuttosto vaghe, inconcludenti e davvero disarmanti, anche se, a tratti, francamente esilaranti. Gli stessi intervistatori sembravano chiedersi con chi diavolo avessero a che fare: con un gran furbacchione, manovrato dal partito avversario allo scopo di eliminare un concorrente più insidioso, o con un veterano in preda a disturbo post traumatico da stress?

L’enigma non è ancora stato risolto ma, dopo le apparizioni in televisione, e dopo le telefonate registrate dai giornalisti che l’hanno intervistato, più di un commentatore ha sottolineato i gravi handicap che depongono contro un possibile successo di Greene.

Più volte gli sono stati chiesti dettagli sul suo allontanamento dall’esercito, che è avvenuto nove mesi or sono, dopo tredici anni di servizio, e che egli stesso ha definito “involontario” ma “onorevole”, senza fornire ulteriori spiegazioni. In merito si è limitato a rispondere “no comment” oppure ha accennato confusamente a “una situazione conflittuale”, “una lunga storia”, per cui “è necessario cambiare qualcosa” e “fare le cose in modo diverso”, ma senza specificare come e perché, sia “nell’esercito” che “nel governo”.

Nemmeno a chi gli chiedeva da dove gli fossero arrivati i soldi per iscriversi alle primarie e per finanziare la relativa campagna elettorale ha saputo dare risposte convincenti, tranne il solito “no comment” e l’accenno ripetuto ad una “campagna autogestita” basata sul passaparola.

Solo con chi gli ha fatto notare che ripeteva sempre le stesse frasette preconfezionate Greene ha avuto uno sprazzo di senso dell’umorismo, probabilmente involontario, rispondendo che l’effetto era certamente dovuto al fatto che tutti gli stavano facendo le stesse domande.

Un altro punto nero del curriculum del candidato, sul quale Carol Fowler, leader del Partito Democratico in Carolina del Sud, non intende transigere, è l’arresto subito l’anno scorso da Greene, che è stato incriminato perché sorpreso, secondo l’accusa, nell’atto di mostrare immagini oscene, tratte da un sito Internet, ad una ragazza giovanissima nel campus della University of South Carolina, tentando poi di introdursi senza permesso nella sua stanza. Pare che Greene rischi una condanna fino a cinque anni. La Fowler, che sostiene solo candidati pronti ad offrire “un nuovo inizio” allo Stato della Carolina del Sud, ritiene che le accuse rivolte a Greene lo rendano assolutamente inadatto a contribuire a questo “nuovo inizio” e spera che lui stesso sia abbastanza saggio per decidere di ritirarsi.

Invece Greene non ci pensa nemmeno e a chi gli chiede conto delle accuse che gli sono state rivolte risponde tranquillamente: “Sono innocente finché non sarà provata la mia colpevolezza”, affermazione accolta con incredulità dai media americani che l’hanno giudicata una “risposta strana e piuttosto impolitica che lascia aperta la possibilità che Greene sia effettivamente giudicato colpevole”.

Greene ha tuttavia ottenuto legittimamente la sua nomination e i vertici del Partito Democratico non hanno mezzi per opporvisi, nè esiste una legge federale che proibisca agli accusati o ai condannati per qualche reato di ottenere un seggio al Congresso, anche se Rappresentanti e Senatori possono poi votare l’espulsione di un membro eletto che ritengano indegno dell’incarico. Alvin Greene potrebbe dunque arrivare alle elezioni e correre per il seggio, anche se con poche speranze.

L’esperienza potrebbe comunque tornargli utile, anche in caso di sconfitta, in previsione di futuri tentativi: qualcuno lo avverta che esistono nel mondo altri paesi, alcuni, per esempio, nell’Europa del Sud, dove non si va tanto per il sottile con i candidati alle elezioni e dove il curriculum e le risposte di Alvin Greene verrebbero giudicate assolutamente normali: anzi, giustamente garantiste e rispettose della sfera privata, una protezione che non si nega neanche a chi voglia rivestire un incarico pubblico. Forza Alvin, uomo avvisato…

Da il Fatto Quotidiano del 14 giugno