Le dimissioni del ministro Claudio Scajola, gli affari della “cricca” che gestiva gli appalti della Protezione Civile e del “G8”, il giro di appartamenti e ristrutturazioni destinato ai vertici della politica, dei servizi segreti, della Guardia di Finanza, il coinvolgimento di magistrati sospettati d’aver rivelato segreti d’ufficio, il ruolo del Vaticano, l’ambigua posizione del capo della Protezione civile Guido Bertolaso e di Denis Verdini, coordinatore nazionale del Pdl, le ombre sull’ex ministro Pietro Lunardi, i chiarimenti e gli interrogatori di Antonio di Pietro: poco, forse nulla, avremmo potuto scrivere, e avreste potuto sapere, dell’inchiesta condotta dai pm fiorentini e perugini, se la legge “bavaglio” fosse già in vigore. Un’inchiesta che, dati i tempi, rischia di passare alla storia come l’ultima, grande indagine seguita con costanza dai cronisti di giudiziaria, pubblicata dettagliatamente da quotidiani e settimanali. Se non fosse accaduto, Scajola non si sarebbe dimesso, perché non avrebbe avuto un’opinione pubblica alla quale – pur non essendo indagato – rendere conto dei suoi comportamenti. E non si tratta dell’unico punto nevralgico. Forse, con la legge sulle intercettazioni, vista questa volta dal lato degli inquirenti, quest’indagine non sarebbe mai nata. Considerati i paletti posti sull’uso investigativo delle intercettazioni, considerate le restrizioni – non soltanto temporali – sia per mettere sotto controllo i telefoni, sia per sviluppare indagini sulla base delle conversazioni intercettate, non è detto che si possa ripetere quanto accaduto nel 2008, quando i carabinieri del Ros di Firenze ascoltano le telefonate di Vincenzo Di Nardo, l’amministratore della BTP, all’epoca di Riccardo Fusi, uomo molto vicino a Verdini, a sua volta molto vicino al ministro Altero Matteoli. Tanto vicino da invitarlo a nominare un altro uomo della “cricca”, Fabio de Santis, Provveditore per i lavori pubblici della Toscana. Una nomina che avrebbe dovuto favorire, secondo gli inquirenti, proprio l’azienda di Fusi che oggi, come Verdini, è indagato per corruzione. Quelle telefonate riguardavano infatti un altro procedimento giudiziario ma, ascoltandole, gli inquirenti scoprono che Di Nardo – parlando con alcuni colleghi e con qualche architetto – si lamenta: esprime il proprio disappunto perché non s’è aggiudicato l’appalto del nuovo teatro della musica di Firenze. Quel disappunto è la pista investigativa che genera l’intera inchiesta: “…e sono banditi… è gente .. prima o poi si leggerà sui giornali che li hanno cuccati con qualche tangente in mano …dai! ..”, dice Di Nardo, che aggiunge: “Questa è una cricca di banditi…”. È così – e oggi potrebbe non esserlo più – che gli investigatori iniziano a indagare sulla “cricca” d’imprenditori e funzionari pubblici che gestiva gli appalti della Protezione civile. Si scopre il “filone” dei Grandi Eventi, sui quali, come è noto, si procedeva in deroga alle normali regole sugli appalti. Un giro d’affari per centinaia di milioni di euro. “Il vero regista è questo Balducci”, dice Di Nardo al telefono. È lo stesso Angelo Balducci, ex Presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, agli arresti per corruzione, che risulta in strettissimi contatti con l’imprenditore Diego Anemone – stessa accusa – considerato l’uomo chiave della “cricca”. L’uomo che dispensa – secondo la versione fornita dall’architetto Angelo Zampolini – milioni in assegni per l’acquisto degli appartamenti di Scajola e del generale della GdF Francesco Pittorru (che non è indagato), che paga l’affitto della casa in via Giulia per Guido Bertolaso. Ed è lo stesso uomo che, con le sue imprese, lavora nei più grossi appalti gestiti dalla Protezione Civile. Di tutto questo, con la legge “bavaglio”, nessuno avrebbe saputo nulla, non soltanto i lettori ma, forse, neanche gli investigatori.
Indagato per corruzione, in questa vicenda, Guido Bertolaso brilla per una lunga serie di omissioni delle quali, nei prossimi giorni, darà conto ai magistrati di Perugia, Sergio Sottani e Alessia Tavarnesi, che intendono interrogarlo nuovamente. L’ultima scoperta degli inquirenti risale un paio di settimane fa: Angelo Zampolini, l’uomo che per conto dell’imprenditore Diego Anemone, ha detto d’aver versato milioni di euro in assegni per l’acquisto degli appartamenti destinati a Scajola, al generale della GdF Francesco Pittorru e al genero di Ercole Incalza (alto funzionario del ministero per le Infrastrutture), ai magistrati ha raccontato: pagavo anche l’affitto dell’appartamento in via Giulia destinato a Guido Bertolaso. Eppure, interrogato dai pm, alla domanda secca – “Ha mai ricevuto utilità da Diego Anemone?” – il capo della Protezione Civile aveva risposto: “Bottiglie di vino”. Soltanto questo. Nessun cenno, per esempio, alla consulenza che sua moglie, Gloria Piermarini, per la somma di 25mila euro, aveva ricevuto dagli Anemone per un “progetto sul verde” del Salaria Sport Village. Ne parlò soltanto dopo l’interrogatorio, il 7 maggio, durante una conferenza stampa, ma la notizia era già circolata tra i giornalisti, che infatti erano pronti a pubblicarla il giorno dopo. Ma soprattutto, neanche in quella conferenza stampa, Bertolaso ammette di aver usato un appartamento pagato da Zampolini per conto di Anemone. Ai pm il capo della Protezione Civile aveva detto: “Non ho ricevuto alcun favore o privilegio, nessuna casa m’è stata affittata o comperata”. Versione smentita da Zampolini e dal proprietario di casa, Raffaele Curi, che conferma: l’affitto era pagato dall’architetto. Bertolaso ha sostenuto di essere vittima di una “macelleria mediatica”. A partire dalla conferenza stampa del 7 maggio, ha sempre sostenuto che si tratta di ”accuse senza fondamento”. È scivolato in affermazioni del tipo: ”Quando ho visto Bill Clinton, alla fine di marzo, m’era venuta voglia di fargli una battuta, che poi non ho fatto: gli volevo dire che lui ed io abbiamo un problema che si chiama Monica, poi ho evitato di farla perché mentre io non credo d’avere avuto problemi reali, con questa Monica, lui probabilmente invece qualche problemuccio lo ha avuto”. Il riferimento è alla ragazza brasiliana che, in una delle intercettazioni, racconta di avergli “fatto vedere le stelle”. “Certo – spiega Bertolaso – m’ha fatto vedere le stelle perché mi ha ‘sconocchiato’, come si dice a Roma, facendomi un massaggio estremamente valido, non per prestazioni sessuali”. Al di là dei massaggi, però, il capo della Protezione civile – che ha annunciato dimissioni mai avvenute – dovrebbe spiegare senza lasciare ombre i suoi rapporti con Anemone e il resto della “cricca”. “Sognavo di poter commentare con voi l’archiviazione o lo stralcio della mia posizione dall’inchiesta penale in corso”, disse durante la conferenza stampa, “ho totale fiducia nei magistrati, in particolare quelli di Perugia, che non sono però fonte della vicenda, che nasce in un altro luogo, ed è stata gestita strumentalizzando la fonte primaria delle indagini, cioè le intercettazioni, facendo apparire quello che di fatto non è”. In realtà, non soltanto sulle intercettazioni, si basano i sospetti degli inquirenti, ma su una serie di rivelazioni, rilasciate durante gli interrogatori, da testimoni ritenuti attendibili. Ma Bertolaso ribatte convinto: “Vogliono distruggere la Protezione Civile e il lavoro che si è fatto in tutti questi anni”, incassando la solidarietà del governo: al termine del suo discorso, puntuale, giunge l’abbraccio del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Letta.
Smentisco recisamente un mio coinvolgimento in rapporti poco trasparenti, tesi a favorire questa o quella impresa”: esordì così, il ministro per le Infrastrutture Altero Matteoli, che non risulta indagato, quando il suo nome fui collegato all’inchiesta fiorentina sulla “cricca”. Distinguendo la questione giudiziaria da quella politica, però, quell’affermazione andrebbe riveduta e corretta. Parliamo dell’appalto “Scuola dei marescialli” di Firenze, una vicenda che ruota intorno ai nomi di Riccardo Fusi e Denis Verdini, entrambi indagati per corruzione.

La Btp di Fusi, nel 2001, s’era aggiudicata i lavori che però, nel 2006, dopo un contenzioso con lo Stato, passano alla Astaldi. La vicenda prosegue con un “lodo arbitrale”, attraverso il quale, la Btp, si vede assegnare 34 milioni di euro come risarcimento. Nel frattempo cambia il governo e, con il centrodestra al comando dei ministeri, secondo le accuse, Fusi intende recuperare l’appalto. Sfrutta la sua amicizia con Verdini, sul quale fa pressioni, affinché convinca Matteoli a nominare, come provveditore alle opere pubbliche della Toscana, Fabio de Santis (anch’egli indagato per corruzione). De Santis – che, secondo gli inquirenti, non avrebbe neanche le caratteristiche professionali adeguate per ricoprire l’incarico – ottiene la nomina. E il tutto, secondo le accuse, è finalizzato a una “sospensione tecnica dei lavori in corso di svolgimento da parte della società Astaldi; sospensione che De Santis considera strumentale all’estromissione della società dal cantiere”. Interrogato dai pm, Verdini ammette: “Ho alzato il telefono, ho chiamato il ministro Matteoli e ho detto: ‘C’è da fare questa nomina: fra i candidati, c’ anche questo De Santis, vedi se lo puoi nominare'”. Ieri però, s’è scoperto di più, e cioè che Matteoli pranzò con Fusi e Verdini all’Harry’s bar. Lo conferma il capo ufficio legislativo del ministero, Gerardo Mastrandrea, spiegando che di aver partecipato al pranzo e confessando l’impressione che :Verdini volesse dimostrare a Fusi che “aveva fatto un lavoro di messa in contatto”. In quel pranzo, Mastrandrea – che per conto del ministero si occupava della vicenda Astaldi – Btp – Scuola dei marescialli – si sente rivolgere, dal ministro Matteoli, e dinanzi a Fusi, la seguente domanda: “Mastrandrea, che cosa state facendo?”. L’illegittima della posizione di Astaldi, sull’appalto per la “Scuola dei marescialli”, a Mastrandrea non pareva così evidente. Tanto che ai pm dichiara: “Vado dal ministro e dico: “guardi non ci sono le condizioni per sospendere il cantiere, a mio avviso … non me la sento di farle firmare alcun atto che comporti la sospensione dei lavori”. E non solo. Nel 2009 Mastrandrea scrive una nota riservata a Matteoli, una nota che però, scoprono i pm, finisce nelle mani di Fusi. Strano: l’imprenditore – lo stesso che aveva pranzato con Matteoli e Verdini – è parte in causa, come la Astaldi, e il ministero dovrebbe comportarsi in maniera imparziale ed equidistante. Mastrandrea però dichiara ai pm che gli mostrano un fax: “Non mi voglio sbagliare, ma quel fax è questa nota qui, che io ho dato al ministro. Non posso escludere che il ministro l’abbia data a Verdini, che l’ha girata a Fusi …”.
La figura di Claudio Scajola, che per le indiscrezioni emerse dall’inchiesta, s’è dimesso dal ministero per lo Sviluppo Economico, è interessante per molti aspetti. Non risulta indagato, ma da varie testimonianze e riscontri documentali, risulta che ha ricevuto un paio di pesanti “benefit” da Diego Anemone. Innanzitutto, secondo la versione fornita dall’architetto Angelo Zampolini, ha ricevuto ben 900 mila euro per l’acquisto della casa con vista sul Colosseo in via del Fagutale a Roma: in 80 assegni, versati proprio da Zampolini, alle venditrici, le sorelle Beatrice e (…) Papa. A questo episodio, confermato dalle stesse sorelle Papa, va aggiunto il riscontro effettuato dalla procura con l’ausilio della Guardia di Finanza: anche i lavori di ristrutturazione dell’appartamento, effettuati sempre da un’impresa legata ad Anemone, non sarebbe stata pagata da Scajola. Tra le fatture sequestrate all’azienda, infatti, non c’è alcuna traccia di pagamento della ristrutturazione. Via del Fagutale, e si presume la sua ristrutturazione, compare nel “libro mastro” degli Anemone, la lista di 412 nomi (tra i quali politici, funzionari pubblici e membri dei servizi segreti) per i quali l’imprenditore ha effettuato dei lavori. Perché Anemone abbia pagato parte dell’appartamento destinato a Scajola, nonché la sua ristrutturazione, non è ancora chiaro. Gli inquirenti stanno indagando sul biennio 2002 – 2004, quando le imprese di Anemone ottengono appalti per ristrutturare la sede del Sisde in via Zama a Roma. Lavori che iniziano a metà 2002 e terminano a metà 2003: è il periodo in cui Scajola è a cavallo tra il ministero dell’Interno e le sue dimissioni. E le dimissioni arrivano anche questa volta: “Un ministro non può sospettare di stare in una casa pagata da altri”, dice Scajola dimettendosi. Una frase che ha dell’incredibile, posto che, al momento, Scajola non ha mai chiarito, né pubblicamente, né dinanzi ai pm, perché Zampolini avrebbe pagato quei 900mila per conto di Anemone. Comunque, il 4 maggio, lascia l’incarico: “Devo difendermi, non posso continuare a fare il ministro”. E Berlusconi commenta: “Il ministro Scajola ha assunto una decisione sofferta e dolorosa, che conferma la sua sensibilità istituzionale e il suo alto senso dello Stato, per poter dimostrare la sua totale estraneità ai fatti e fare chiarezza su quanto gli viene attribuito. Se c’è una cosa – conclude Berlusconi – che è sotto gli occhi di tutti, è che in Italia c’è fin troppa libertà di stampa”.

Da il Fatto Quotidiano del 13 giugno