Anche più di una? “Finito un pacchetto, se ne apriva un altro” E ride, Dino Zoff, a 40 anni, con la Coppa del mondo in un caveaux  madrileno e la doppia divisa con Scirea, su una terrazza con vista sul passato, perché intuire la cima, quando si è partiti dal basso, vale un Perù. Si abbandona oggi ripensando a ieri, alle nuvole di fumo aspirate con Gaetano sopra le teste dei poliziotti schierati intorno all’albergo, alle feste da officiare all’ultimo invito utile, all’operaio meccanico che fu e al portiere che seppe mettere la barriera tra un destino e il futuro che desiderava. Tuorli d’uovo per la crescita, legna da spaccare nel fienile e poi una maglia di lana grigia con lo stemma Nazionale da indossare a qualunque meridiano. Dell’Italia Zoff è stato l’accigliato custode per un quindicennio. È “Forrest Gump” a Euro ’68 tra monetine che cadono dal verso giusto e medaglie d’oro, uditore e testimone di enciclopediche staffette a Mexico ’70, azzurro tenebra nel ’74, colpevole lapidato ad Argentina ’78, figura omerica in Spagna nell’82, dipinto di Guttuso, icona di Newsweek e dittico mitologico: “Mostruosa parata di Zoff. Zoff, ancora Zoff!”, che mentre Fabio Capello deride Wembley, spinge l’ingegner Ugo Fantozzi diretto verso un cineforum  aziendale con sotto-titoli in cirillico, a infrangere in un raptus la finestra del vicino. “Scusi, chi ha fatto palo?”

Insomma Zoff, come andò?

Come andò cosa?

La notte in cui diventammo Campioni del mondo…

Meno eccitante di quanto si immagini. Non facevamo sceneggiate all’epoca.

Non ci deluda…

Allora le telecamere non c’erano ma comunque, ci sarebbe stato poco da vedere. Facemmo il giro di campo, brindammo, cenammo e poi, a schema libero, allentammo la tensione parlando quasi fino all’alba.

Lei in Spagna non faceva altro. Portavoce unico e capitano di una squadra furibonda con la stampa e in silenzio assoluto.

Un paradosso. Quello che andava meno d’accordo con i giornalisti ero proprio io. Da mesi, senza sensibili eccezioni, ci massacravano allegramente. Bearzot ne sopportava tantissime. Però ero il capitano e sulla carta d’identità c’era scritto febbraio 1942. Toccò a me.

La goccia che assetò il pozzo, fu l’insinuazione della liasion sentimentale tra Rossi e Cabrini.

Ogni mattina leggevamo troppe sciocchezze. Stravolgevano la realtà. L’informazione era violenta, provocatoria, ci costringeva a difenderci, a giustificarci, toglieva concentrazione. Così tagliammo. Zac. Ci stancammo e assunta quella decisione, iniziammo a liberarci. Anche degli avversari.

Quando capì che ce l’avremmo fatta?

Dopo la partita con il Brasile. Loro erano quasi imbattibili. Se superi inferni del genere, puoi lasciarti alle spalle chiunque.

Bearzot disse che il suo bacio sulla guancia al Sarrìà fu il momento più intenso di tutta la Coppa del Mondo.

La nostra alchimìa si chiamava Vècio. Un generale davanti alle truppe. Mai curvo, che soffiasse la buona o la cattiva sorte. Con Bearzot non c’era bisogno di parole. Sguardi e dialetto, tutto lì.

Capitano, mio capitano.

Bearzot è colto, riflessivo, profondamente friulano. Gente che crede nel lavoro, nell’impegno, nell’onestà. Atteggiamenti che oggi sembrano anacronistici.

Lei lasciò poco dopo. A 41 anni.

A Göteborg, in un pomeriggio di vento. Avrei potuto continuare, non c’è dubbio. Ma preferii fermarmi. C’è un momento ideale per attraversare la linea.

Dopo una dittatura di oltre vent’anni e molti portieri di riserva italiani in crisi depressiva, da Bordon a Castellini.

(Ride) Ma no, di Castellini ero molto amico, ogni tanto sulla mia occupazione militare del ruolo, scherzavamo. Anche se avvenne tardi, conquistare il Mondiale mi cambiò la vita. Quello che in carriera non riuscivo a offrire con lunghi discorsi, interviste, parole inutili, io dovevo darlo con i numeri, con i fatti, con le vittorie. Succedeva sempre, ed era una necessità interiore. Vi racconto una cosa.

Dica.

Io, nel top 11 della A non figuravo mai.

Possibile?

Possibile. Si dimenticavano regolarmente di me. Io ero sempre lì, però gli osservatori mi ignoravano.

Dopo Argentina ’78, tentarono di licenziarla d’imperio.

Eravamo un gruppo eccezionale. Cominciammo il torneo in uno stato di forma inaudito e alla fine uscimmo per due strani palloni finiti alle mie spalle.

Tiratori scelti brasiliani e olandesi. Tra i 30 e i 40 metri. Zoff è finito, “non ci vede”, scrissero.

I più gentili. Ma io vedevo benissimo. Fu un periodo duro, anche allora c’erano state polemiche sui palloni leggeri, ma, per così dire, non avevano goduto del rilievo di oggi. Comunque la mia è stata una strana parabola.

Prego?

Mi misero in croce per due tiri. Papere, dissero. Oggi sarebbero considerati eurogol. Ma il portiere, si sa, è sempre solo, soprattutto davanti alle critiche.

Come si perde un Mondiale?

Basta fare come noi in Germania nel ’74. Al di là della meraviglia stilistica di Rensebrink e Cruijff, quell’anno ci illudemmo di avere pochi rivali.

Lei non subiva gol da 1.143 minuti. Due anni.

Quasi scontato che a segnarmi fosse uno sconosciuto calciatore di Haiti, Sanon. Mi hanno poi detto che è morto tragicamente.

Quello fu anche il torneo del vaffanculo in mondovisione di Chinaglia a Valcareggi.

C’erano troppi comandanti urlanti e molto nervosismo. Chinaglia a Roma era abituato a fare il capetto. Sbagliò.

A lei non è mai capitato?

Tra pensare e agire c’è una notevole differenza. Magari l’ho pensato, non l’ho mai detto.

Neanche ai compagni, agli amici, ai fratelli d’avventura.

Neanche. Men che mai ai compagni.

E Valcareggi?

Qualcuno lo descriveva burbero, in verità era saggio. Se in occasione dell’evento tedesco ci divorarono le contraddizioni, in Messico Ferruccio fece bene. Ci portò in finale, era al comando il giorno di Italia-Germania 4-3, ma qui da noi, non si sa mai come va a finire. Puoi partire tra i fiori, camminare tra gli applausi e tornare ricoperto di pomodori. Nel ’70 avvenne. Il confine è labile.

Perdoni la circolarità. Come si conquista, invece, un Mondiale?

Con un crescendo di bellezza, credo, irripetibile. In Spagna vincevamo e lo facevamo costruendo azioni. Non a caso, l’unico rigore del torneo, in finale con la Germania, lo sbagliammo con Cabrini.

Quattro anni fa siamo diventati campioni. Dopo oltre due decenni di interviste celebrative, l’hanno finalmente liberata?

Ho il massimo rispetto per chi ha sollevato la Coppa a Berlino. Sono stato contento di vedere una squadra tenace, che ha saputo inseguire con fame e rabbia il risultato abbracciando gli episodi con la rapidità di pensiero di chi sa come sfruttare le occasioni.

Però?

Madrid 1982 è un’altra cosa. Andammo in finale con una sintesi quasi perfetta tra estetica e pragmatismo.

E in Sudafrica?

Faremo il nostro. Abbiamo la ventura di avere un girone semplice e vista la fatica che storicamente ci sorprende all’inizio, è un bene. Il gruppo è buono. Lippi sa già come si fa.

Lo sapeva anche lei. Olimpiadi, club, Europeo del 2000 smarrito al Golden gol.

Cose straordinarie. In Olanda brillammo ma il calcio è una corrida. Stai per sorridere e in un istante, piangi. Ma avevo imparato la lezione decoubertiniana molti anni prima.

Berlusconi dettò concetti sobri. ‘Sono dispiaciuto e anche indignato. Zidane andava marcato meglio, l’avrebbe capito anche un dilettante. L’intelligenza, evidentemente o la si possiede oppure no’. Lei rispose il 4 luglio con le dimissioni. ‘Non prendo lezioni di dignità dal signor Berlusconi’.

In molti, non tutti, mi vennero a dire di non farlo.

La conferenza stampa durò sette minuti.

Per spiegarsi, sono anche troppi. Mi sentii colpito nel personale e reagii, forse avrei dovuto riflettere più a lungo, non cedere, ma esistono valori sui quali non contratto.

Ha mai più visto Berlusconi?

Mai più.

Oggi Zoff si annoia?

Mai annoiato in vita mia. Ho giocato per piacere, curiosità, divertimento. Ci pagavano bene, viaggiavamo, scoprivamo. Non mi sono mai nascosto. Sono stato fortunato e mi considero molto sereno, per quanto è possibile, oggi.

Grandi incontri.

Pertini era magnifico. Al pranzo quirinalizio, si improvvisò organizzatore: ‘Allora Zoff, lei alla mia destra. Bearzot a sinistra, la squadra agli altri posti e se per i ministri e i deputati non ci sono sedie, vorrà dire che andranno a mangiare da un’altra parte’.

E quelli?

Si sedettero ugualmente, mi pare.

Sull’aereo di Stato, lei giocò in coppia con il presidente.

Scopone. Perdemmo, senza drammi.

Se non avesse giocato a calcio?

I miei erano contadini, avevo conseguito un diploma tecnico. Due anni di studio. Zoff Dino, operaio specializzato. Meccanico. Attrezzi, viti, trapani, cose così. Se fosse andata male, comunque, non sarei morto di fame.

A casa sua erano poveri?

Non erano ricchi, ma per non scendere mai sotto il livello della dignità, i miei si sarebbero fatti ammazzare.

La dignità, alla fine si torna sempre lì. Dieci anni fa, ieri.

Eh. (Ride ancora, pronuncia qualcosa in zoffese stretto – qualcosa che non si capisce perché lui pretende che non si capisca – saluta. Come nel ’78, dietro le lenti, Dino Zoff vede ancora benissimo).

Da il Fatto quotidiano dell’11 giugno

Anche più di una? “Finito un pacchetto, se ne apriva un altro” E ride, Dino Zoff, a 40 anni, con la Coppa del mondo in un caveaux madrileno e la doppia divisa con Scirea, su una terrazza con vista sul passato, perché intuire la cima, quando si è partiti dal basso, vale un Perù. Si abbandona oggi ripensando a ieri, alle nuvole di fumo aspirate con Gaetano sopra le teste dei poliziotti schierati intorno all’albergo, alle feste da officiare all’ultimo invito utile, all’operaio meccanico che fu e al portiere che seppe mettere la barriera tra un destino e il futuro che desiderava. Tuorli d’uovo per la crescita, legna da spaccare nel fienile e poi una maglia di lana grigia con lo stemma Nazionale da indossare a qualunque meridiano. Dell’Italia Zoff è stato l’accigliato custode per un quindicennio. È “Forrest Gump” a Euro ’68 tra monetine che cadono dal verso giusto e medaglie d’oro, uditore e testimone di enciclopediche staffette a Mexico ’70, azzurro tenebra nel ’74, colpevole lapidato ad Argentina ’78, figura omerica in Spagna nell’82, dipinto di Guttuso, icona di Newsweek e dittico mitologico: “Mostruosa parata di Zoff. Zoff, ancora Zoff!”, che mentre Fabio Capello deride Wembley, spinge l’ingegner Ugo Fantozzi diretto verso un cineforum aziendale con sotto-titoli in cirillico, a infrangere in un raptus la finestra del vicino. “Scusi, chi ha fatto palo?”

Insomma Zoff, come andò?

Come andò cosa?

La notte in cui diventammo Campioni del mondo…

Meno eccitante di quanto si immagini. Non facevamo sceneggiate all’epoca.

Non ci deluda…

Allora le telecamere non c’erano ma comunque, ci sarebbe stato poco da vedere. Facemmo il giro di campo, brindammo, cenammo e poi, a schema libero, allentammo la tensione parlando quasi fino all’alba.

Lei in Spagna non faceva altro. Portavoce unico e capitano di una squadra furibonda con la stampa e in silenzio assoluto.

Un paradosso. Quello che andava meno d’accordo con i giornalisti ero proprio io. Da mesi, senza sensibili eccezioni, ci massacravano allegramente. Bearzot ne sopportava tantissime. Però ero il capitano e sulla carta d’identità c’era scritto febbraio 1942. Toccò a me.

La goccia che assetò il pozzo, fu l’insinuazione della liasion sentimentale tra Rossi e Cabrini.

Ogni mattina leggevamo troppe sciocchezze. Stravolgevano la realtà. L’informazione era violenta, provocatoria, ci costringeva a difenderci, a giustificarci, toglieva concentrazione. Così tagliammo. Zac. Ci stancammo e assunta quella decisione, iniziammo a liberarci. Anche degli avversari.

Quando capì che ce l’avremmo fatta?

Dopo la partita con il Brasile. Loro erano quasi imbattibili. Se superi inferni del genere, puoi lasciarti alle spalle chiunque.

Bearzot disse che il suo bacio sulla guancia al Sarrìà fu il momento più intenso di tutta la Coppa del Mondo.

La nostra alchimìa si chiamava Vècio. Un generale davanti alle truppe. Mai curvo, che soffiasse la buona o la cattiva sorte. Con Bearzot non c’era bisogno di parole. Sguardi e dialetto, tutto lì.

Capitano, mio capitano.

Bearzot è colto, riflessivo, profondamente friulano. Gente che crede nel lavoro, nell’impegno, nell’onestà. Atteggiamenti che oggi sembrano anacronistici.

Lei lasciò poco dopo. A 41 anni.

A Göteborg, in un pomeriggio di vento. Avrei potuto continuare, non c’è dubbio. Ma preferii fermarmi. C’è un momento ideale per attraversare la linea.

Dopo una dittatura di oltre vent’anni e molti portieri di riserva italiani in crisi depressiva, da Bordon a Castellini.

(Ride) Ma no, di Castellini ero molto amico, ogni tanto sulla mia occupazione militare del ruolo, scherzavamo. Anche se avvenne tardi, conquistare il Mondiale mi cambiò la vita. Quello che in carriera non riuscivo a offrire con lunghi discorsi, interviste, parole inutili, io dovevo darlo con i numeri, con i fatti, con le vittorie. Succedeva sempre, ed era una necessità interiore. Vi racconto una cosa.

Dica.

Io, nel top 11 della A non figuravo mai.

Possibile?

Possibile. Si dimenticavano regolarmente di me. Io ero sempre lì, però gli osservatori mi ignoravano.

Dopo Argentina ’78, tentarono di licenziarla d’imperio.

Eravamo un gruppo eccezionale. Cominciammo il torneo in uno stato di forma inaudito e alla fine uscimmo per due strani palloni finiti alle mie spalle.

Tiratori scelti brasiliani e olandesi. Tra i 30 e i 40 metri. Zoff è finito, “non ci vede”, scrissero.

I più gentili. Ma io vedevo benissimo. Fu un periodo duro, anche allora c’erano state polemiche sui palloni leggeri, ma, per così dire, non avevano goduto del rilievo di oggi. Comunque la mia è stata una strana parabola.

Prego?

Mi misero in croce per due tiri. Papere, dissero. Oggi sarebbero considerati eurogol. Ma il portiere, si sa, è sempre solo, soprattutto davanti alle critiche.

Come si perde un Mondiale?

Basta fare come noi in Germania nel ’74. Al di là della meraviglia stilistica di Rensebrink e Cruijff, quell’anno ci illudemmo di avere pochi rivali.

Lei non subiva gol da 1.143 minuti. Due anni.

Quasi scontato che a segnarmi fosse uno sconosciuto calciatore di Haiti, Sanon. Mi hanno poi detto che è morto tragicamente.

Quello fu anche il torneo del vaffanculo in mondovisione di Chinaglia a Valcareggi.

C’erano troppi comandanti urlanti e molto nervosismo. Chinaglia a Roma era abituato a fare il capetto. Sbagliò.

A lei non è mai capitato?

Tra pensare e agire c’è una notevole differenza. Magari l’ho pensato, non l’ho mai detto.

Neanche ai compagni, agli amici, ai fratelli d’avventura.

Neanche. Men che mai ai compagni.

E Valcareggi?

Qualcuno lo descriveva burbero, in verità era saggio. Se in occasione dell’evento tedesco ci divorarono le contraddizioni, in Messico Ferruccio fece bene. Ci portò in finale, era al comando il giorno di Italia-Germania 4-3, ma qui da noi, non si sa mai come va a finire. Puoi partire tra i fiori, camminare tra gli applausi e tornare ricoperto di pomodori. Nel ’70 avvenne. Il confine è labile.

Perdoni la circolarità. Come si conquista, invece, un Mondiale?

Con un crescendo di bellezza, credo, irripetibile. In Spagna vincevamo e lo facevamo costruendo azioni. Non a caso, l’unico rigore del torneo, in finale con la Germania, lo sbagliammo con Cabrini.

Quattro anni fa siamo diventati campioni. Dopo oltre due decenni di interviste celebrative, l’hanno finalmente liberata?

Ho il massimo rispetto per chi ha sollevato la Coppa a Berlino. Sono stato contento di vedere una squadra tenace, che ha saputo inseguire con fame e rabbia il risultato abbracciando gli episodi con la rapidità di pensiero di chi sa come sfruttare le occasioni.

Però?

Madrid 1982 è un’altra cosa. Andammo in finale con una sintesi quasi perfetta tra estetica e pragmatismo.

E in Sudafrica?

Faremo il nostro. Abbiamo la ventura di avere un girone semplice e vista la fatica che storicamente ci sorprende all’inizio, è un bene. Il gruppo è buono. Lippi sa già come si fa.

Lo sapeva anche lei. Olimpiadi, club, Europeo del 2000 smarrito al Golden gol.

Cose straordinarie. In Olanda brillammo ma il calcio è una corrida. Stai per sorridere e in un istante, piangi. Ma avevo imparato la lezione decoubertiniana molti anni prima.

Berlusconi dettò concetti sobri. ‘Sono dispiaciuto e anche indignato. Zidane andava marcato meglio, l’avrebbe capito anche un dilettante. L’intelligenza, evidentemente o la si possiede oppure no’. Lei rispose il 4 luglio con le dimissioni. ‘Non prendo lezioni di dignità dal signor Berlusconi’.

In molti, non tutti, mi vennero a dire di non farlo.

La conferenza stampa durò sette minuti.

Per spiegarsi, sono anche troppi. Mi sentii colpito nel personale e reagii, forse avrei dovuto riflettere più a lungo, non cedere, ma esistono valori sui quali non contratto.

Ha mai più visto Berlusconi?

Mai più.

Oggi Zoff si annoia?

Mai annoiato in vita mia. Ho giocato per piacere, curiosità, divertimento. Ci pagavano bene, viaggiavamo, scoprivamo. Non mi sono mai nascosto. Sono stato fortunato e mi considero molto sereno, per quanto è possibile, oggi.

Grandi incontri.

Pertini era magnifico. Al pranzo quirinalizio, si improvvisò organizzatore: ‘Allora Zoff, lei alla mia destra. Bearzot a sinistra, la squadra agli altri posti e se per i ministri e i deputati non ci sono sedie, vorrà dire che andranno a mangiare da un’altra parte’.

E quelli?

Si sedettero ugualmente, mi pare.

Sull’aereo di Stato, lei giocò in coppia con il presidente.

Scopone. Perdemmo, senza drammi.

Se non avesse giocato a calcio?

I miei erano contadini, avevo conseguito un diploma tecnico. Due anni di studio. Zoff Dino, operaio specializzato. Meccanico. Attrezzi, viti, trapani, cose così. Se fosse andata male, comunque, non sarei morto di fame.

A casa sua erano poveri?

Non erano ricchi, ma per non scendere mai sotto il livello della dignità, i miei si sarebbero fatti ammazzare.

La dignità, alla fine si torna sempre lì. Dieci anni fa, ieri.

Eh. (Ride ancora, pronuncia qualcosa in zoffese stretto – qualcosa che non si capisce perché lui pretende che non si capisca – saluta. Come nel ’78, dietro le lenti, Dino Zoff vede ancora benissimo).