Uno dei motivi più profondi del fascino duraturo del calcio risiede, secondo analisti della psiche di fama internazionale, nella forma della palla: è tonda, come la terra. Da oggi sul palcoscenico sudafricano le due forme si incontrano. Nel mondo del calcio, se evochi la parola “diritti” immediatamente – come dei cani di Pavlov – le si abbina l’aggettivo “televisivi”. Nel mondo e basta, se diciamo “diritti” non c’è paese come il Sudafrica che sia il titolare per antonomasia di una lunga marcia contro l’apartheid, per l’integrazione razziale, per il diritto ad avere la pelle di qualunque colore, per riprendersi la propria terra, le proprie radici, la propria storia.

I due mondi si sposano in nozze morganatiche nel “paese arcobaleno”, e il dubbio è se sia quello terracqueo a contenere quello rotondolatrico o non piuttosto il contrario…Nella prima, folgorante scena dell’ultimo film di Eastwood dedicato a Mandela, Invictus, si vede una strada percorsa dalla carovana di automobili collegata alla liberazione di Nelson (era “solo” il ’94…) che divide e recinta la popolazione: di qui i bianchi che giocano con un pallone ovale che non ha dunque la forma della terra… di là i neri che si stropicciano con i piedi una palla all’apparenza assai meno nobile.

Ancora: è curioso che il rugby sia nato nell’800 in Inghilterra come costola del football, è curioso che il calcio sia invece fiorito nella miseria in Sudafrica all’inizio del ‘900 per “merito” di missionari cristiani, come costola del rugby dei bianchi, e poi non solo. Adesso ci siamo: tra mille contraddizioni il business del pallone colonizza ma presumo solo televisiva-mente a colpi di denari e tecnologia in 3D un continente in questo e in pochi altri sensi ancora vergine. Il denaro lo aveva già fatto otto anni fa in Corea-Giappone, la globalizzazione rotondocratica tiene e mantiene. Vedremo da subito se, come e quando esploderanno le contraddizioni: quella dell’ordine pubblico, dopo i feriti a Johannesburg, per l’amichevole (!?!) Nigeria-Corea, il disagio sociale, le baraccopoli sgomberate per il “salotto buono planetario” del football.
Quella degli stadi non riempiti neppure spingendovi dentro folle di diseredati a poco prezzo, a dimostrazione che non di stadi ormai si deve parlare bensì quasi esclusivamente di studi (tv). Quella della politica imbastardita nei gangli del pallone e dei rischi del terrorismo ammessi/negati/riammessi.

Magari i nostri “campioni” andranno meno male delle previsioni. Di certo la mia curiosità è soprattutto per l’Italia di Napolitano e Berlusconi: se nonostante la crisi si perderà la testa per i Mondiali dimenticando o quasi tutto il resto, vorrà dire che saremo distratti per qualche settimana e fottuti per sempre (relativamente spero…), in una piramide rovesciata di priorità.

Da il Fatto Quotidiano dell’11 giugno