Sarà pure Soccer City, il favoloso stadio di Johannesburg con apertura e prima partita tra Sudafrica e Messico, uno stadio “pressoché pieno” secondo la vulgata del telecronista. Uno stadio che non è completamente pieno neppure il giorno-chiave e neppure con i biglietti regalati, o quasi. Come del resto non è pieno di immagini tv il “Paese di Mandela a lutto e dell’arcobaleno”, che in ampie zone e larghe fasce sociali non ha elettricità per vedere le partite. Sarà pure Soccer City, con quei colori, quelle facce, quelle danze, quel sole che tramontava sulle tribune variopinte e un suono di fondo quasi millenario. Ma se a Gotham manca Batman, non è propriamente Gotham City. E se a Soccer City c’è si è no in campo un Robin infinitesimale e magari il Pinguino gangster, e manca del tutto Batman, cioè lo spettacolo calcistico che ti aspetti in campo da un Mondiale, forse non è propriamente Soccer City. Dico solo che l’importanza del contesto, inteso come stadio, come Paese, come continente anche e soprattutto mediatico, schiaccia impietosamente il gioco, la qualità, la resa spettacolare e anche almeno in parte la resa agonistica.

Per lunghi tratti la prima partita animata dalla “questione sudafricana” e dalla novità nera ha offerto talmente poco che per pensare al calcio giocato dovevi chiudere gli occhi e immaginarne un altro. Forse Varese-Cremonese domani sarà tecnicamente più interessante…Lo so, esagero iperbolicamente, dopo si son visti due gol e il primo piacente, e il pallone è strano e cambia traiettoria, e qualche brivido ce l’hanno pur dato… E il paese ospitante con i suoi “Bafana Bafana” e un paio di atleti/calcianti dovrebbe migliorare, e il Messico si è detto che fosse il miglior Messico di sempre (pensa gli altri…).

Ma insomma, tre azioni degne di memoria in una partita così “universale” sono una percentuale insensibile, e dunque l’ambasciatore del business evidentemente non è il calcio giocato. La controprova è quella delle telecamere a migliaia, sì, ma attratte da altro, dal coté, dall’ambiente, dal fondale. E comunque la colpa non è neppure del calcio o dell’idea di calcio o degli stessi giocatori. La colpa è di Anteo: la palla a forma di terra che si porta sulle spalle è troppo pesante. Troppo soffocanti gli interessi dietro ai quali si gioca e troppo evidenti, così espliciti da strangolare la tecnica e da lasciar respirare a momenti alterni solo l’emotività: di giocatori, tecnici, spettatori, telespettatori (pochi in Sudafrica, come detto… un teatro per il calcio costruito nel deserto, un Fitzcarraldo della pedata…).

E quindi bisognerà “simulare” passione per il gioco oppure limitarsi al tifo patriottico. Magari è soltanto la prima partita, magari si devono abituare all’altura, magari la temperatura in rigida escursione li ritemprerà, magari gli imbonitori che ci vendono la merce sub specie televisiva saranno così bravi da farcela piacere per forza… Non è già successo, in altri campi?