La linea editoriale del Tg1, ha spiegato nel suo ultimo editoriale il direttore Augusto Minzolini giovedì sera, vuole raccontare anche “l’Italia che funziona”. Perché in fondo, ci ricorda Minzolini, le cose non vanno poi così male. Vediamo, dato per dato, se quello che il direttore ha raccontato davanti a milioni di italiani nel suo editoriale è corretto.

“Il Pil, fornito da Eurostat, ci mette in cima alla classifica europea”
Consideriamo la stima annuale della crescita del Pil nel 2010, l’unico dato che conta, visto che le variazioni da un trimestre all’altro spesso si compensano. La crescita stimata da Eurostat (servizio statistico dell’Unione europea) per l’Italia nell’anno in corso è dello 0,8 per cento. Quella media dell’Ue dell’uno per cento, dell’area euro 0,9. Quindi siamo addirittura sotto la media. Certo, c’è chi chiuderà l’anno con il segno negativo, come Spagna (-0,4 per cento), Lettonia (-3,5), Grecia (-3). Ma c’è anche chi sta decisamente meglio: la Germania dovrebbe registrare +1,2 per cento, la Danimarca +1,6, la Francia +1,3. E quelli sull’Italia sono dati che non tengono conto degli effetti della manovra finanziaria appena varata dal governo che, con i suoi tagli di spesa, avrà un effetto “deflattivo”, cioè ridurrà la crescita economica (nel tentativo di risanare i conti). Quindi non guidiamo alcuna classifica.

“Sull’occupazione fra i grandi Paesi fa meglio di noi soltanto la Germania”
Qui Minzolini è stato più abile. Ci sono Paesi che hanno tassi disoccupazione più bassi dei nostri, ma sono più piccoli. Sempre secondo Eurostat, l’Italia ha una disoccupazione all’8,9 per cento, mentre la Danimarca sta al 7, la Germania al 7,1 per cento, la Repubblica Ceca al 7,7, il Belgio all’8,1. Altri grandi stanno peggio: la Spagna è al 19,7 per cento, la Francia al 10,1, l’Irlanda al 13,2. Come ha ricordato la Banca d’Italia, però, nei periodi di crisi aumentano molto i lavoratori scoraggiati, cioè quelli che dichiarano di essere usciti – almeno per un po’ – dal mercato del lavoro. Non cercano più un’occupazione e scompaiono dalle statistiche. E i lavoratori scoraggiati sono il 4,1 per cento. Quindi gli italiani che sono senza occupazione ma che vorrebbero averne una sono almeno il 13 per cento. Se poi si aggiungono quelli in cassa integrazione (qui le stime sono discutibili, ma dovrebbero essere un altro tre per cento) si arriva a oltre il 16 per cento. C’è quindi poco da esultare.

“E il dato sulla produzione industriale è il migliore dal 2000”.
Qui Minzolini resta abbastanza sul vago, ma comunque sbaglia. L’Istat ha comunicato che in aprile 2010 la produzione industriale ha segnato un aumento rispetto allo scorso aprile che indica un aumento tendenziale (cioè sull’intero anno) del 8,7 per cento. Dati che comunque vanno destagionalizzati, cioè depurati dalle oscillazioni che dipendono solo dal periodo di misurazione. E comunque tra marzo 2008 e marzo 2009 la produzione industriale è crollata del 30 per cento. Quindi, fatto 100 quanto si produceva prima della recessione, un anno fa si produceva 70. E’ chiaro che anche un aumento del 10 per cento su 70 significa che adesso si produce 77. Lo ha detto anche Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, nella sua relazione annuale: “La produzione industriale è crollata del 25%, tornando ai livelli di fine 1985: 100 trimestri bruciati”.

“Stiamo meglio dell’Inghilterra e della tanto lodata Spagna…”
Minzolini non spiega sulla base di quali parametri. Se ci limitiamo a considerare il Pil degli anni della crisi – dimenticando che nei precedenti dieci anni entrambi i Paesi sono cresciuti più dell’Italia – si nota che nel 2008 la Spagna è cresciuta dello 0,9 per cento, la Gran Bretagna dello 0,5. Nello stesso anno l’Italia andava in recessione dell’1,3 per cento. Nel 2009 la Spagna entrava a sua volta in recessione (-3,6) così come Londra (-4,9). Ma di nuovo l’Italia faceva peggio: -5 per cento. E’ vero che adesso la situazione creditizia della Spagna è più fragile di quella dell’Italia, ma è anche vero che ha un debito pubblico molto più basso.

“…e distanti anni luce dai rischi di bancarotta della Grecia”
Speriamo tutti che, pur senza aver argomentato l’affermazione, almeno su questo Minzolini abbia ragione. Resta comunque alle cronache che questa settimana gli spread, cioè i differenziali di rendimento, tra titoli di Stato italiani e tedeschi hanno raggiunto un nuovo massimo, 1,8 per cento. E che i credit default swap, gli strumenti con cui si scommette sul fallimento di uno Stato sovrano, hanno toccato il punto più alto della loro storia una settimana fa. I mercati non ci considerano come la Grecia ma di certo neppure solidi come la Germania.

Da il Fatto Quotidiano del 12 giugno