La guerra all’Afghanistan è la più lunga che gli Stati Uniti abbiano mai combattuto. Più del Vietnam (104 mesi, per ora, contro 103), più della Seconda guerra mondiale (44 mesi), più della Guerra di Secessione (48 mesi), più della Rivoluzione americana (81 mesi), più della guerra all’Iraq ancora in corso (86 mesi). Che senso ha questa ostinazione omicida? Un senso lo deve pure avere.

Non è guerra al terrorismo internazionale perché questo non sta più in Afghanistan ammesso che vi sia mai stato. Non c’era un solo afghano nei commandos che abbatterono le Torri gemelle, non un solo afghano è stato trovato nelle cellule, vere o presunte, di Al Qaeda scoperte dopo l’11 settembre e anche gli ultimi episodi di pseudo terrorismo, di terrorismo comico, hanno visto coinvolti yemeniti e pachistani ma non afghani. Ai quali, storicamente, interessa soltanto il loro Paese e, pur straordinari guerrieri quali sono, non hanno mai portato un conflitto fuori dai loro confini. In compenso hanno subito tre occupazioni. Quella inglese dell’Ottocento l’hanno, con pazienza, cacciata. Quella sovietica del Novecento idem. Con quella occidentale, la più sordida, anche per il modo infame con cui viene combattuta (robot contro uomini) ci stanno provando. Il tempo, come sempre, lavora a loro favore.

È pure escluso che noi in Afghanistan si voglia portare sicurezza, stabilità e sviluppo economico. Perché è proprio la presenza delle truppe straniere ad infiammare quel paese ed è un dato di fatto che con i nostri dollari o i nostri euro abbiamo distrutto la sia pur modesta economia afghana senza crearne una nuova che non sia criminale. Abbiamo anche rinunciato, fortunatamente, a portarvi la mitica democrazia occidentale (un modo per metterlo in culo alla gente, e soprattutto alla povera gente, col suo consenso, come l’ho definita in “Sudditi”) avendo forse capito, sia pur con qualche ritardo, che quella gente ha una storia, tradizioni, costumi e una concezione della leadership (che da quelle parti si conquista con il valore guerriero e il coraggio, fisico e morale, non con la carta straccia delle schede) completamente estranea alle nostre.

E allora perché ci ostiniamo a continuare la guerra all’Afghanistan? Un senso ce lo deve pure avere. E infatti ce l’ha. Per gli americani. Se infatti la Nato va via e lascia l’Afghanistan in mano ai talebani (i quali, senza la presenza delle truppe straniere, ci metterebbero circa 24 ore a cacciare a pedate il fantoccio Karzai) è la fine dell’Alleanza Atlantica. E questa Alleanza, cioè la Nato, è stato lo strumento con cui per più di mezzo secolo gli americani hanno tenuto al guinzaglio l’Europa, politicamente, militarmente, economicamente e, alla fine, anche culturalmente.

Ma quella che per gli americani sarebbe una sciagura, per noi europei è invece una chance. Perché ci libereremmo finalmente di questa sudditanza semisecolare. L’Alleanza Atlantica ha avuto un senso finché è esistita l’URSS, perché solo gli Stati Uniti avevano il deterrente atomico necessario per scoraggiare “l’orso russo” dal tentare avventure militari in Europa ovest. Ma dal 1989 l’Unione Sovietica non esiste più e le cose sono radicalmente cambiate. Gli interessi, militari, politici, economici, culturali, fra americani ed europei non solo non convergono più ma sono in conflitto.

Noi europei non abbiamo alcun interesse a seguire l’avventurismo imperiale americano (mascherato come lotta al terrorismo), la loro politica aggressiva nei confronti del mondo islamico che per noi, a differenza degli USA, non sta a 10 mila chilometri di distanza ma sull’uscio di casa, a sfrugugliare l’Iran con cui gli europei, e in particolare l’Italia che ne è il primo partner commerciale dell’Occidente, fanno cospicui affari. Queste cose gli europei avrebbero dovuto capirle vent’anni fa. E invece sono ancora lì, in Afghanistan, a fare, come beoti, da reggicoda agli americani. Mullah Omar, che Allah ti abbia sempre in gloria, aiutaci tu.

Da il Fatto Quotidiano del 12 giugno