Mancata difesa della base: processo solo su input del ministero di la Russa

Una nuova norma blocca-processi. Un’ennesima legge su misura. Questa volta, la maggioranza di governo ha preso la mira per azzerare i due processi in corso sulla strage di Nassiriya: sono così liberati dal fastidio delle udienze e dal pericolo di una condanna gli alti ufficiali imputati di non aver fatto in Iraq tutto il possibile per proteggere gli impianti e gli uomini loro affidati.

La norma, scritta in modo da renderla invisibile, è stata nascosta nelle pieghe della legge che proroga le missioni militari italiane all’estero. Approvata, nella disattenzione generale, il 29 dicembre 2009 e pubblicata sulla Gazzetta ufficiale il 31, mentre l’Italia preparava i botti di Capodanno. Se ne sono accorti, ora, gli avvocati di parte civile che rappresentano i feriti e le famiglie dei morti italiani nella strage di Nassiriya: i due processi in corso ai generali sono cancellati dalla nuova norma, la quale stabilisce che, d’ora in avanti, i Tribunali militari per procedere nei confronti di un soldato o di un ufficiale devono avere il via libera del ministero.

Nella vicenda di Nassiriya, dunque, dovrebbe essere il ministro della Difesa Ignazio La Russa a chiedere di mandare alla sbarra i generali. “È chiaro che così i processi sono già morti”, dicono gli avvocati di parte civile Rino Battocletti, Alessandro Gamberini, Ginevra Paoletti e Dario Piccioni. I militari beneficiati da questa nuova legge ad hoc sono il generale dell’esercito Bruno Stano, nel novembre 2003 comandante della missione italiana in Iraq Antica Babilonia, e il colonnello dei carabinieri Georg Di Pauli, allora comandante dei carabinieri a Nassiriya.

Alle 10.40 del 12 novembre 2003, un camion cisterna forzò senza troppa fatica il posto di blocco all’ingresso della base italiana, seguito da un altro automezzo imbottito d’esplosivo. I kamikaze iracheni alla guida dei due veicoli provocarono 19 morti italiani, nove iracheni e un gran numero di feriti. Il giorno dei solenni funerali di Stato, a Roma, fu un momento di grande commozione. Poi però venne anche il momento delle responsabilità. I comandanti furono accusati di “imprudenza, imperizia e negligenza”.

Per aver sottovalutato gli allarmi ricevuti prima dell’attacco. Per non aver adeguatamente protetto la base, con i necessari sbarramenti all’ingresso. Per aver riempito i blocchi anticarro non di sabbia, ma di ghiaia e sassi, che al momento dell’attentato si sono trasformati in terribili proiettili. Per aver posizionato il deposito munizioni a ridosso degli alloggi militari, con il risultato che le munizioni italiane hanno moltiplicato il volume di fuoco dell’esplosivo iracheno. Per non aver fatto tutto il possibile per proteggere gli impianti dagli attacchi terroristici, il colonnello Di Pauli è imputato in un processo in corso a Roma.

Il generale Stano è invece già stato condannato in primo grado a due anni di reclusione e poi assolto in appello (non per non aver commesso il fatto, ma per aver obbedito a ordini superiori). Imputato con lui, ma assolto già in primo grado , il generale Vincenzo Lops, che lo aveva preceduto al comando della base. Ora Stano, diventato alto funzionario presso il ministero della Difesa, Stano era in attesa della Cassazione, che avrebbe potuto confermare l’assoluzione o bocciarla. Invece tutto si ferma. A meno di una del tutto improbabile richiesta del ministro, la Cassazione non inizierà neppure il giudizio sulla sentenza Stano; e il Tribunale militare dovrà interrompere il processo a Di Pauli.

Nella prossima udienza, fissata il 27 febbraio, era prevista la testimonianza del capo della polizia irachena. Ma i giudici non potranno far altro che prendere atto che il processo è svaporato. Finito per sempre. La norma che blocca i processi militari è nascosta in un comma (l’1-octies, cioè ottavo) della legge sul rifinanziamento delle missioni italiane all’estero, che dice: “All’articolo 260, primo comma, del codice penale militare di pace, di cui al regio decreto 20 febbraio 1941, n. 303, le parole: ‘e 112’ sono sostituite dalle seguenti: ‘112, 115, 116, secondo comma, 117, terzo comma, e 167, terzo comma’”.

Sembra cabala, ma l’effetto è semplice e preciso: d’ora in avanti, per processare un soldato o un ufficiale, imputati delle quattro fattispecie di reato indicate dai numeri elencati, i Tribunali militari dovranno avere la richiesta del ministro. Anche per il reato 167 terzo comma, cioè "l’omissione delle cautele atte a evitare la distruzione o il sabotaggio delle basi militari": proprio il reato contestato al generale Stano e al colonnello Di Pauli. I due commi precedenti della stessa legge (il sesto e il settimo) rendono più facile l’uso delle armi per i soldati italiani all’estero. Dispongono infatti che non sia più punibile il militare in missione che, "in conformità alle direttive, alle regole di ingaggio ovvero agli ordini legittimamente impartiti", spari, ordini di sparare o faccia uso “della forza o di altro mezzo di coazione fisica, per le necessità delle operazioni militari".

Nel caso di eccessi, si applicheranno "le disposizioni concernenti i delitti colposi". Gli avvocati delle vittime ritengono che la nuova norma blocca-processi su misura per i generali di Nassiriya contraddica i principi della Costituzione e annunciano che nell’udienza del 27 febbraio del processo Di Pauli, che potrebbe essere l’ultima, chiederanno al Tribunale militare di Roma di sollevare la questione davanti alla Corte costituzionale.

Da il Fatto Quotidiano del 7 febbraio