di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza

"Bernardo Provenzano? Un accordo stipulato nel 1992 gli aveva fornito la totale immunità per muoversi sul territorio italiano. Mio padre? Era il punto di equilibrio di un sistema politico affaristico-mafioso che aveva alla fine degli anni ’70 investito miliardi persino in Milano 2. La trattativa? La strategia folle di Riina prevedeva altre vittime, Mancino, Rognoni e Violante vennero informati. E nel centro di Roma c’era un appartamento messo a disposizione da un imprenditore amico di mio padre per i suoi incontri con il signor Franco, dei servizi segreti, e con Bernardo Provenzano. A loro due mio padre aveva dato una copia delle chiavi per entrare separatamente e non essere visti".

Nell’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo, al processo per la mancata cattura del boss Provenzano, imputati gli ufficiali dei carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu, Massimo Ciancimino è un fiume in piena e in circa otto ore riscrive la storia nera del rapporto mafia-politica che si insinua nel cuore dello Stato visto dall’attico di via Sciuti, l’appartamento al settimo piano nel centro del capoluogo siciliano dove don Vito, suo padre, riceveva a letto, sempre dopo le due del pomeriggio, politici, imprenditori, faccendieri e mafiosi.

Una storia che parte da un’anonima palazzina di Corleone, dove il laureando in ingegneria Vito Ciancimino impartiva lezioni di matematica al compaesano Bernardo Provenzano, scarso nelle tabelline, ma poi soprannominato "il ragioniere", per arrivare ai salotti romani di piazza di Spagna, dove, a suo dire, nell’estate del ’92 il maestro, poi diventato politico, l’allievo poi assurto al vertice di Cosa Nostra e due ufficiali dei carabinieri cercavano di gestire faticosamente i destini del Paese sotto l’attacco mafioso più violento del dopoguerra.

Così, a 60 anni di distanza dall’urlo di Gaspare Pisciotta, il luogotenente del bandito Giuliano, nell’aula giudiziaria di Viterbo, "siamo una cosa sola, banditi, mafia e carabinieri", è un rampollo della borghesia politico-affaristico-mafiosa a raccontare dalle radici lo sviluppo della ‘palma’ di sciasciana memoria, la cui linea saliva ogni anno di più verso Nord, alimentata dai miliardi del riciclaggio.

Come quelli di Nino e Salvatore Buscemi, e di Franco Bonura, boss di Uditore, a pranzo ogni domenica al ristorante "La Scuderia" con la famiglia Ciancimino e, secondo Massimo, con lui tra i finanziatori di Milano 2, l’avventura edilizia che spedì l’uomo di Arcore nel ghota dell’imprenditoria milanese.

Una rivelazione che apre nuovi scenari investigativi sui quali lo stesso Ciancimino jr. avrebbe fornito ulteriori particolari: forse è per questo che è stato bruscamente interrotto dal pm Nino Di Matteo, che ha formulato una nuova domanda. Nuove rivelazioni il figlio di don Vito, sotto gli occhi attenti del generale Mori, presente in aula, ha fornito sugli investimenti canadesi del padre, finito negli anni Settanta sotto i riflettori della Commissione antimafia e per questo attirato dai consigli di Ciarrapico e Caltagirone verso Montreal, nell’anno delle Olimpiadi: Ciancimino e soci volevano costruire i residence per gli atleti.

I rapporti con i servizi invece iniziano sotto la gestione del Viminale del ministro palermitano Restivo. A tenere i contatti è il misterioso "signor Franco" che Massimo vede per la prima volta alla fine degli anni Settanta, l’uomo delle istituzioni che incontra il padre a Rotello anche durante il soggiorno obbligato, che lo va a trovare in carcere, e che resta in contatto con don Vito fino a qualche mese prima della sua morte.

E’ proprio il "signor Franco" a portare al giovane Massimo, il giorno dei funerali del padre, ai Cappuccini, a Palermo, le condoglianze di Binu sottoforma di un "pizzino" con parole di calorosa stima. "E’ morto un grande uomo".

A sentire Ciancimino jr, e’ sempre il "signor Franco" che utilizza l’ex sindaco di Palermo, d’accordo col ministro Ruffini, per nascondere la notizia dell’abbattimento del Dc 9 di Ustica, e l’altra, non meno riservata, del covo in cui veniva tenuto nascosto Aldo Moro durante il sequestro. "Ruffini e il signor Franco, insomma, avevano individuato mio padre come il soggetto che poteva garantire un collegamento con il crimine organizzato".

Secondo il ritratto di Massimo, Vito Ciancimino e’ stato per decenni un interlocutore dello Stato nei rapporti con la mafia, con i vertici istituzionali consapevoli. Oggi Mancino e Rognoni negano tutto e minacciano querele.

L’ultima chiamata arriva nel maggio del ’92, dopo la strage di Capaci, ma le avvisaglie c’erano state tutte gia’ dopo l’omicidio Lima. "Mio padre si incontrò con Provenzano e gli consigliò di mandare a casa i familiari per gestire meglio la latitanza". Dal racconto del giovane Ciancimino, Riina pervaso da follia pura aveva programmato la morte di numerosi magistrati e politici, tra cui Grasso e Mannino, "perchè c’era qualcuno che gli stava mettendo in testa minchiate".

Provenzano intendeva defilarsi e quando arrivò la richiesta di contatto di De Donno, don Vito non fu sospreso: "Non dico che se lo aspettasse, ma non era stupito". Dice il figlio di don Vito che prima del 29 giugno, giorno della consegna del papello, recapitato dal medico Antonino Cinà ("accreditato negli anni Settanta nientemeno che da Liggio") a don Vito, "ci sono stati due o tre incontri tra Mori e mio padre.

Un altro prima del 19 luglio, giorno della strage di via D’Amelio". Qual era l’obiettivo? "Stabilire un canale privilegiato d’interlocuzione con i vertici di Cosa nostra. Ma mio padre lo considerava un errore". Oggi si replica con il contro-esame della difesa.