Massimo D’Alema è stato nominato presidente del Copasir, il Comitato parlamentare di controllo dei servizi segreti, all’unanimità.
Il ministro dell’Interno Roberto Maroni gli ha promesso la sua collaborazione e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai Servizi, Gianni Letta, ha brindato alla sua elezione.

Dal canto suo D’Alema, che ieri pareva tornato ai tempi della nefasta Bicamerale delle riforme del 1997, per l’occasione ha rispolverato lo slogan dell’epoca: “Lavorerò con senso dello Stato”. Ecco, se vuole mantenere questa promessa, dovrà abituarsi all’idea di perdere il consenso unanime.

Il primo caso all’ordine del giorno è quello del segreto di stato sui processi di Perugia e Milano. Per fermare i pm che volevano incriminare l’ex capo del Sismi Nicolò Pollari e il capo del controspionaggio Marco Mancini per il caso del sequestro Abu Omar e il medesimo Pollari, stavolta in compagnia del fido Pio Pompa, per l’archivio di via Nazionale contenente dossier su giornalisti e magistrati, il premier ha apposto il segreto.
Quella decisione però non tutela solo Pollari, Mancini e Pompa ma anche il loro capo, cioè Berlusconi stesso.

La legge attuale permette al Copasir di opporsi alla decisione di Berlusconi sollecitando una discussione pubblica e una votazione del Parlamento. Uno scenario improbabile: il Copasir (guidato dall’opposizione per legge) è stato finora un esempio di politica delle larghe intese alle spalle dei cittadini.

Durante la gestione di Francesco Rutelli il Copasir si è occupato con grande generosità della protezione della privacy del premier a Villa Certosa ma non ha mai votato una relazione sullo scandalo di via Nazionale.
Si è attardato in audizioni interminabili sui tabulati di Gioacchino Genchi ma ha evitato come la peste Pio Pompa e sodali. Ecco, se D’Alema vuole davvero tutelare l’interesse dello Stato e non quello dei politici e dei loro miseri accordi trasversali, non deve fare molto.
Basta chiedere subito tutte le carte della Procura di Perugia che indaga sull’archivio di Pio Pompa e tutte quelle dell’indagine di Milano sul sequestro Abu Omar e sulle relazioni tra Sismi e Telecom.

Quelle carte sono in gran parte pubbliche e il Fatto Quotidiano le ha messe a disposizione dei suoi lettori.
Vi si legge, per esempio, di una chiara attività di lobby posta in essere dai seguaci del fondatore del San Raffaele, don Luigi Verzé, i cosiddetti “raffaeliani”, per far nominare al vertice del Sismi nel 2001 Nicolò Pollari.

Lo scopo non era quello di lottare contro Osama bin Laden, ma quello più prosaico di fare affari e ottenere finanziamenti pubblici per varie operazioni, alcune delle quali, dopo la nomina di Pollari, poi giunte in porto.

I membri del Copasir hanno letto sul nostro quotidiano che in un immobile affittato da don Verzé (come da progetto di Pompa) Nicolò Pollari stabilì un centro del Sismi.
E che proprio lì accanto lo stesso Pollari ottenne a prezzo di saldo da don Verzé una bella villa da 24 vani a 500 mila euro.

Dal nostro giornale il Copasir ha appreso l’esistenza nelle carte di Perugia dei compensi stratosferici previsti per il politologo americano Edward Luttwak (300 mila euro) e per la società italiana Apri (2 milioni di euro).
Il Copasir avrebbe potuto conoscere queste cose da solo, chiedendo gli atti (depositati) ai magistrati di Perugia. Invece non lo ha fatto.

Ora che le ha lette sul nostro giornale però può recuperare il tempo perduto. E sarebbe davvero imbarazzante se il Copasir dell’era D’Alema non se ne occupasse. Con senso dello Stato. Ovviamente.

da il Fatto Quotidiano del 27 gennaio