Il procuratore capo di Torino: “Chi viola la legge non è sullo stesso piano di chi la viola”

di Giorgio Mazzola

Due anni fa Fabrizio Cicchitto celebrò, in un convegno alle Stelline di Milano, la naturale discendenza di Silvio Berlusconi da Filippo Turati per il tramite di Bettino Craxi.
Una radiosa parabola del socialismo italiano interrotta soltanto dall’aggressione giudiziaria ai danni della prima Repubblica nei primi anni ‘90. Il capogruppo alla Camera del Pdl inserì Luciano Violante e Gian Carlo Caselli fra i “padroni d’Italia” di quel periodo, rispettivamente direttore d’orchestra e primo strumentista (insieme ai colleghi di Milano) di quell’aggressione.
Forse oggi nemmeno Cicchitto ripeterebbe una simile sciocchezza; non per onestà intellettuale, ma perché l’articolo è piuttosto fuorimoda.

È noto infatti che, pur nell’immutata stima e amicizia reciproca, le strade di Violante e Caselli si sono negli anni un po’ allontanate. E lo sa bene il pubblico di Torino, assai numeroso alla presentazione dell’ultimo libro dell’ex presidente della Camera Magistrati, ospite appunto – insieme al presidente dell’Unione delle camere penali Oreste Dominioni – l’attuale procuratore capo di Torino: “Avrete capito che non si tratta di una presentazione convenzionale – scherza Violante – perché in genere dei libri si parla bene…”.

L’impressione, infatti, è che il pubblico sia sistemato non tanto in una sala conferenze quanto intorno a un ring. Le tesi di Violante sono chiare fin dalla copertina: “I giudici devono essere leoni, ma leoni sotto il trono” scriveva Francis Bacon quattro secoli fa. Il rapporto fra politica e giustizia resta difficile ancora oggi. Il trono ambisce a schiacciare i leoni, i leoni manifestano una certa propensione a sedersi sul trono. Solo una solida laica coscienza istituzionale può garantire il raggiungimento di un equilibrio democratico”.
Dunque è necessaria una riforma anche della Giustizia, perché “la magistratura – sostiene Violante – fa oggi a tutti gli effetti parte della governance di un paese, cosa che non accadeva quando la nostra Costituzione ne delineò lo status. Occorre quindi ridiscutere i presupposti per una nuova indipendenza”.

Tesi sostenuta con dovizia di argomentazioni e dotte citazioni storico-politiche. Alte riflessioni sull’assetto istituzionale di un grande Paese. Peccato che quel Paese si chiami Italia; ed è proprio qui (e come poteva essere altrimenti?) che scatta la scintilla del ring: “Caro Luciano – replica Caselli – non sei certo nemico di una giustizia migliore, ma credo tu non tenga abbastanza conto che questi discorsi, nel contesto attuale, offrono fenditure attraverso le quali possono inserirsi cunei devastanti”.
Per Caselli il “trono”, in democrazia, è la legge, non la politica. Il rapporto politica magistratura è difficile perché i giudici si ostinano a fare il loro dovere: “Paradossalmente – prosegue il procuratore capo di Torino – la denuncia di una propensione dei giudici a sedersi sul ‘trono’ assomiglia tanto alle accuse di politicizzazione e toghe rosse. Parlare di nuovo equilibrio da raggiungere significa sottendere una pari responsabilità, fra politica e magistratura, nel contrasto che genera disequilibrio. Ma è sbagliato mettere sullo stesso piano chi cerca di applicare la legge e chi la viola, per di più pretendendo impunità”.

Violante sa bene che la sua aspirazione riformista è attaccabile su questo fronte, ma non recede: “Bisogna sforzarsi – ribatte – di stralciare le vicende del presidente del Consiglio dai dati strutturali del sistema. Rischio di assecondare un contesto caratterizzato dal formidabile conflitto di interessi berlusconiano? Accetto il rischio, perché la gravità della situazione impone di raccogliere la sfida delle riforme. Se le cose rimangono così, per la magistratura è peggio. Perdi se stai fermo a difendere l’esistente che sta crollando. Solo cambiando si salva l’indipendenza della magistratura”.

Niente da fare. Per Caselli è tutto fumo negli occhi: “Da 15 anni l’unico obiettivo delle riforme – siano i governi di centrodestra o di centrosinistra – è il depotenziamento delle indagini. Il problema, dunque, non sono i leoni, ma i domatori, altro che scalare il trono! I leoni, poi, sono sempre più spelacchiati: mancano risorse e personale amministrativo in tutti gli uffici giudiziari, e più che problemi di scalata si pongono problemi di sopravvivenza; basti pensare alla desertificazione delle procure, specie quelle di frontiera antimafia”.
Alla fine i duellanti si rendono i dovuti onori. L’applausometro – per la verità – sembra premiare l’ospite più che l’autore del libro.

Da il Fatto Quotidiano del 24 gennaio