Storia di una famiglia distrutta dal crac senza risarcimento per colpa del processo breve

"Sono felice che mio padre sia morto”. Serena Sartini, professoressa di Bioenergetica di Rimini, la vita distrutta dal crac Parmalat, è sollevata che suo padre Saverio se ne sia andato "senza sapere, né sentire, né vedere lo scempio del processo breve". Chi in questi mesi si è opposto al disegno di legge, approvato lo scorso mercoledì al Senato,l’ha fatto dati alla mano,tanto gravi quanto asettici: l’Associazione nazionale magistrati, per esempio, ha denunciato che il processo breve annullerà 100 mila cause. Ma dietro alle statistiche ci sono storie di persone, come quella di Saverio, che permettono di capire quale effetto ha il provvedimento fatto per uno sulle vite di tanti.

Bond e crac. "Quando mio padre ha perso tutto – ricorda Serena pensando ai risparmi di una vita da imprenditore investiti nelle obbligazioni Parmalat, quei bond "sicuri" caldeggiati dalla sua banca – si è ammalato. Sapeva che recuperare il nostro denaro sarebbe stato difficile, ma era convinto che alla fine ci saremmo riusciti. Aveva un senso della giustizia così radicato che ha lottato tutta la vita per ristabilirla, consolando e rassicurando noi figli quando ci mostravamo scettici".
Serena non guarda solo a sé: "Penso a tutte le persone che vedono violato il loro diritto a essere risarciti. Vado oltre al caso di mio padre, oltre Parmalat. Oltre ai bond argentini. Questa è una delle manovre più ignobili di sempre, una spugna che cancella anni di schifezze. Crea un danno globale, irreversibile, perché non annulla solo le colpe dei delinquenti, ma elimina le conseguenze, la speranza di ristabilire giustizia".
Saverio Sartini è morto a causa di una malattia cardiovascolare senza conoscere la fine della sua battaglia: "Ma era un uomo sano, prima che Calisto Tanzi ci rovinasse. Finalmente in pensione, si godeva il lavoro di una vita. Era alto, bello, sportivo, vegetariano, in piena forma. Poi lo choc, insopportabile. E il suo cuore che non ha retto".
La sua salute è stata distrutta da bilanci truccati, disponibilità su conti americani inesistenti, computer presi a martellate. Poi la fuga di Tanzi, le banche che sapevano (o almeno intuivano) e tacevano i rischi delle obbligazioni che continuavano a vendere, un buco in bilancio da 14 miliardi che ha svuotato la Parmalat e polverizzato i risparmi di migliaia di azionisti e, quel che è più grave, degli obbligazionisti.

Impuniti. Oggi Serena si chiede cosa avrebbe provato Saverio ad avere la certezza che è stato tutto inutile, che non avrebbe rivisto mai i suoi soldi rubati: "Se mio padre avesse preso coscienza che questa legge avrebbe garantito la perdita della sua battaglia, avrebbe sofferto ancora più che alla notizia del crac. Non l’avrebbe sopportato. Sono felice che almeno lui non debba subire questo dolore".
Il disegno di legge sul processo breve prevede infatti che ogni grado di giudizio debba concludersi entro due anni: sei in tutto. Altrimenti il reato si estingue. Si applica a tutti i procedimenti in cui il primo grado è ancora in corso se la pena massima prevista non è superiore a 10 anni e se il reato contestato è stato commesso prima del maggio 2006: rientra in questi parametri la parte del processo Parmalat in mano alla Procura di Milano, quella che indaga le banche per l’ipotesi di aggiotaggio (gli istituti sono accusati di aver diffuso false informazioni, muovendosi alle spalle del mercato, per alzare i prezzi delle azioni mentendo sul loro reale valore e, soprattutto, non tutelando i risparmiatori dai rischi).
A chi è coinvolto direttamente nei processi per i grandi crac degli anni Duemila risulta difficile accettare che il governo sacrifichi il loro desiderio di un risarcimento – almeno morale – perché deve bloccare il processo Mills a Silvio Berlusconi.
E vivono le motivazioni usate dalla maggioranza per giustificare il processo breve come degli insulti a loro che, da anni, passano ore su ore dentro i tribunali con la paura che la lentezza della giustizia li truffi un’altra volta, con la prescrizione: "Siete in malafede – si sfoga Serena come se parlasse al Parlamento – e lo sanno tutti. Fate carta straccia della giustizia, ma la vostra mistificazione è nauseante e, soprattutto, evidente". Se potesse parlare con Berlusconi, gli direbbe: “Trovi il coraggio e l’onestà intellettuale di farsi giudicare, perché non può rovinare la nostra vita per la sua personale strategia d’impunità".
Serena si sente “vessata, ingannata, violentata ma soprattutto impotente:tutti sanno la verità, ma nessuno ha il potere di cambiare le cose, questo è il disagio maggiore". Che fare ? C’è Facebook, ci si organizza dal basso, si manifesta e si partecipa a tutte le iniziative. Ma non serve a molto la mobilitazione se il Parlamento cambia le leggi".

Napolitano. Per questo Serena si rivolge all’unica persona che davvero può – e che secondo lei deve – intervenire: "Il presidente Napolitano sappia che ha in mano la mia vita, e quella di migliaia di famiglie. Mi chiedo se questa volta si rifiuterà di firmare la legge vergogna. Mi domando se farà ciò che il senso morale e l’etica gli impongono. E sappia, presidente, che a noi non interessa quanto utile potrà essere il suo rifiuto. Non c’importa se, fiducia dopo fiducia, il processo breve passerà lo stesso. Noi abbiamo bisogno di sapere che ancora esiste un’istituzione che abbia la decenza di stare dalla parte della gente. Vogliamo che per qualcuno abbia ancora senso la parola giustizia".
Stesso appello per il presidente della Camera, Gianfranco Fini: "Ce lo dovete. O si rispetta l’intelligenza dei cittadini oppure no. Convocateci, ascoltateci. Chiedetevi perché per me è un sollievo non avere avuto figli, sarei tormentata all’idea di farli crescere in questo mondo".Per ora Fini chiede di sospendere il giudizio sul processo breve fino a quando l’iter parlamentare non si sarà concluso "visto che la legge è già molto cambiata e potrebbe migliorare ulteriormente".

Ma forse a Serena conviene sperare che l’avvocato David Mills venga assolto in Cassazione e quindi Berlusconi non abbia più bisogno di far diventare legge il processo breve.

da il Fatto Quotidiano del 24 gennaio