L’ex governatore non festeggia più, in appello aumentata la pena

L’ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro, oggi senatore dell’Udc, non favorì singoli mafiosi, ma è responsabile di favoreggiamento alla mafia: un’accusa che gli costa sette anni di reclusione. Riformando in peius la sentenza di primo grado del processo alle "talpe" la Corte d’appello di Palermo chiude con un pesante verdetto la stagione del cuffarismo, bollando l’ex governatore come favoreggiatore di Cosa Nostra e aumentando le condanne nei confronti dei suoi presunti complici: otto anni per Giorgio Riolo, il maresciallo dei carabinieri ora condannato per concorso in associazione mafiosa, e 15 anni e sei mesi per l’imprenditore della sanità Michele Aiello, ritenuto uno dei prestanome di Bernardo Provenzano e arrestato dopo la sentenza.

Il volto livido, la mascella serrata, infagottato in un cappotto scuro, il senatore dell’Udc alla lettura della sentenza lascia velocemente l’aula dirigendosi verso l’uscita, ma è subito circondato dai giornalisti: "Prendo atto della sentenza della Corte – dice – in conseguenza di ciò lascio ogni incarico di partito. Mi dedicherò, con la serenità che la Madonna mi aiuterà ad avere, alla mia famiglia e a difendermi nel processo, fiducioso in un esito di giustizia". Per lui, adesso, scatta l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, ma di dimettersi da Palazzo Madama, come sollecita l’europarlamentare dell’Idv Sonia Alfano, non se ne parla: "Il verdetto non modifica il mio percorso politico", dice rispondendo ad un giornalista che gli chiedeva se intendeva dar fede al proposito manifestato in primo grado, quando promise che in caso di condanna per mafia avrebbe lasciato la politica.

E i guai giudiziari, per lui, non sono ancora finiti. Questo verdetto rafforza infatti il procedimento per le misure di prevenzione personale e patrimoniale avviato dalla procura e precede di pochi giorni il prossimo appuntamento giudiziario, fissato per il 5 febbraio davanti al gup di Palermo: Cuffaro dovrà difendersi dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, dopo il rinvio a giudizio chiesto per lui dal pm Nino Di Matteo, che ha prodotto nuove accuse nei suoi confronti mosse da alcuni pentiti agrigentini.

La condanna di ieri ha fotografato, invece, ancor più nitidamente, quell’area grigia in cui per anni si è mosso indisturbato, garantito da una sostanziale impunità, un groviglio perverso di interessi politici, economici, mafiosi ed affaristici che ruotavano, di fatto, attorno all’ex governatore, ritenuto, con questo verdetto, un’interfaccia del capomafia Giuseppe Guttadauro, al vertice del mandamento di Brancaccio.

Cuffaro e il boss parlavano a distanza attraverso l’ex assessore comunale dell’Udc Mimmo Miceli (condannato a nove anni per mafia), concordavano le candidature alle regionali, condizionavano i concorsi dei medici, sabotavano le indagini della magistratura, avevano "discorsi loro".

Un nuovo modello di rapporto mafia-politica molto più dissimulato, mediato e attento a nascondersi alle indagini della Procura di Palermo. Grazie all’esistenza di insospettabili "talpe".
Anche se la "talpa regina", quella che lo informava dalla Capitale, insomma, non ha ancora un volto e un nome: "A causa del comportamento (omertoso, ndr) degli imputati – ha detto in primo grado il pm Giuseppe Pignatone – non è stato possibile ricostruire l’intera catena delle rivelazioni delle notizie riservate, e dunque non è stato possibile accertare se vi era una fonte interna alla procura, e chi era quella persona in diretto collegamento con Roma con cui ‍Cuffaro commentava l’esito delle indagini".

E’ Cuffaro, infatti, secondo i giudici, che rivela al boss l’esistenza di microspie, disattivate da casa Guttadauro il 15 giugno del 2001: lo svela una frase della moglie del boss ("avia ragione Totò Cuffaro") citata dai giudici nella sentenza di primo grado. E Cuffaro, dunque, per i magistrati, diventa una risorsa preziosa per i mafiosi, al punto che nella fase della formazione delle liste per le regionali del ’91, va protetto da Cosa Nostra, e quindi il boss non deve incontrarlo: in una conversazione captata da una microspia Guttadauro, scrivono i magistrati nella sentenza di primo grado, "ribadisce la necessità di un referente privilegiato e diretto, afferma che tale precauzione va adottata non per creare ulteriori equivoci, bensì per cautelare Cuffaro ed evitare il rischio di farlo automaticamente accostare alla sua immagine di esponente mafioso".

Immagine da sempre curata dall’ex governatore, che negli anni scorsi ha tappezzato Palermo di manifesti con la scritta “la mafia fa schifo”. Ma quando i pm gli hanno contestato frequentazioni con Vincenzo Greco e Salvatore Aragona, entrambi condannati con sentenza passata in giudicato per mafia, ha detto sorpreso: "E che dovevo fare? Marginalizzarli? Io sono per ascoltare tutti, parlare con tutti…".

Da il Fatto Quotidiano del 24 gennaio