Il ministero non rimborsa le somme anticipate, un istituto di Roma “tassa” i genitori per andare avanti

Non c’è più una lira, genitori, aiutateci. La richiesta di un “contributo volontario” all’istituto Domenico Purificato di Roma (che comprende materna, scuole elementari e medie), l’hanno spiegata così. Chiara e tonda. Al rientro dalle vacanze di Natale alle famiglie degli alunni è arrivato un bollettino postale: nella lettera che lo accompagna, si chiede “il versamento di un contributo volontario di 30 euro” visto che la “previsione ministeriale per le spese di funzionamento è di euro 0”. L’allarme era già scattato a giugno: la preside dell’istituto, Paola Curti, aveva comunicato a genitori e docenti la “grave situazione finanziaria della scuola”.

Non era la sola, visto che la decisione di prendere carta e penna era stata concordata con “numerosi dirigenti delle scuole statali del Lazio”.
“Per la prima volta – diceva la lettera – è stato redatto il programma annuale senza finanziamento per il funzionamento amministrativo e didattico, in quanto sono in atto, da parte del ministero, le procedure per il reperimento delle risorse, a tutt’oggi non reperite né quantificate”. La speranza, si intuiva tra le righe, era che con l’arrivo di settembre qualcosa sarebbe cambiato.

Per esempio, che il ministero si sarebbe deciso a saldare i suoi debiti, visto che le scuole statali italiane devono avere dallo Stato circa un miliardo di euro. Invece, non si è visto un euro. Così, si è dovuti ricorrere all’estrema ratio. L’elemosina. “A fine carriera sono molto amareggiata di trovarmi nella situazione di pietire dei soldi – ha detto la preside due giorni fa ai genitori durante un consiglio di istituto – Svilisce il mio lavoro. Mi sento una questuante, ma non ho alternative: il ministero ci deve 195 mila euro, e cominciamo a temere che quei soldi non arriveranno mai”.

A mettere mano al portafogli, i genitori degli alunni della Purificato, ci sono abituati da un pezzo. La carta igienica, il sapone, le risme di carta è prassi che vengano acquistate con la colletta. Ma adesso nemmeno quella basta più. Garantire il diritto allo studio e contenere la spesa, “nelle attuali condizioni sono due cose non conciliabili”.
I genitori sono divisi, nonostante la preside garantisca che nel bilancio consuntivo potranno verificare “come sono stati utilizzati” e che ci sarà “massima trasparenza”.

Qualcuno non si scandalizza: “Trenta euro per il bene dei nostri figli non sono niente”. La preside concorda, ricordando che qualcuno quei soldi “li spende per le figurine”.
Altri invece credono che le vecchie 60 mila lire siano una cifra troppo onerosa. “Se uno dà 20 euro pigliamo pure quelli, meglio di niente”, chiarisce la preside. Interviene anche una insegnante: “Ma sapete quanto ho speso io di fotocopie? Non ve lo voglio dire, se no mi prendete per fessa”.

Qualcuno alza la testa. Dice: “Mettiamoci insieme, facciamo un’azione concreta per chiedere al ministero i soldi che ci spettano”. La preside ricorda di averlo già “periodicamente sollecitato”. Ma alcuni genitori le rispondono che “gli atti formali non bastano più: blocchiamo il traffico davanti la scuola, andiamo davanti alla sede del ministero”.
Altri non sono d’accordo: “Se alziamo troppa polvere – dicono – potrebbe diventare un boomerang. Tutto sommato qui siamo ancora un’isola felice”.

Quei soldi (circa 30 mila euro, se tutti i 1020 alunni versassero la quota “proposta”) servono a coprire “le spese più urgenti”, come “la carta, le fotocopiatrici, le matrici per il ciclostile, l’inchiostro, le schede, i registri”. Per far capire l’aria che tira, la preside ai genitori confessa tutto: “Le schede prima le dava il ministero, ora le stampano le scuole, è per quello che sono sempre più stringate. Vi annuncio già che non troverete la descrizione degli obiettivi didattici e dei criteri di valutazione: stamparli costa troppo. Lo stesso vale per i registri: una volta li dava il comune, ora ci dà solo un contributo di 150 euro. Per risparmiare ci siamo inventati di tutto: i registri li abbiamo presi con mesi di anticipo, perché erano in saldo”.

Una mamma osa chiedere se la situazione è così grave solo alla Purificato o se succede in tutta Italia. Preside e insegnanti sgranano gli occhi e le rispondono in coro: “Ovunque!”. Ovunque ridotti così. A fare il conto degli spiccioli, come dal salumiere.

Da Il Fatto Quotidiano del 20 gennaio

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