C’è un filo che lega la vita di Paolo Borsellino a quella di ognuno di noi. È un filo che non ha colore, che resiste al tempo, ai moderni tentativi di rimozione e delegittimazione perché è un filo che ha la forza della normalità.

Paolo Borsellino non era un eroe dalle gesta impossibili e irraggiungibili, ottimo alibi per sentirsi dispensati dal vivere con la schiena dritta e il cuore a portata di mano. Paolo Borsellino è morto mentre stava combattendo una guerra giusta, ucciso da due eserciti – uno visibile e uno invisibile – uniti dallo stesso obiettivo: cancellare chi non si vende perché non è in vendita, chi si fa guidare di giorno dalla luce del sole e di notte dalla luce della luna. E come il sole e la luna è trasparente.

Borsellino magistrato ha detto "no" a patti scellerati tra Cosa Nostra e lo Stato perché era semplicemente un magistrato. Tutto era normale attorno a lui. Normale la vita che conduceva. Normale la casa dove viveva. Normali gli amici. La sua famiglia è normale. I suoi figli sono normali.

Come normale è l’esempio che ci ha lasciato in eredità. Un esempio che in un paese che brancola alla disperata ricerca di riferimenti e deve fare i conti con riabilitazioni forzate allo scopo di abbassare la soglia di moralità per potercisi rapportare, per potervi trovare deroghe per se stessi, assume una valenza eroica.

Cosa ha fatto Paolo Borsellino di così straordinario per poter essere rinchiuso nello scrigno degli eroi? È stato un uomo che ha vissuto rispettando le regole di quel gioco che si chiama vita. È stato un marito che ha riempito di senso parole come fedeltà, rispetto, famiglia. È stato un padre che ha contribuito a educare i figli a non scegliere scorciatoie, a contare sulle proprie forze, a non diventare ostaggi ma donne e uomini liberi.

È stato un bravo magistrato costretto a fare i conti con la disumanità senza disperdere la sua umanità. Quell’umanità che la domenica lo portava al Malaspina a giocare a carte con i ragazzi che lui stesso aveva fatto arrestare convinto che nulla avesse più forza dell’esempio per dire loro che un’altra vita era possibile. Borsellino non ha bisogno di riabilitazioni. La sua memoria è presente come la richiesta di verità e giustizia sulla strage di via D’Amelio.

Da Il Fatto Quotidiano del 20 gennaio