John Dillinger si aggira indisturbato per l’ufficio della Polizia di Chicago. Siamo nel 1934 e lui è il rapinatore di banche più ricercato degli Stati Uniti. Non è travestito. Ha semplicemente sfidato la sorte. Come al solito.

Gli agenti, che si occupano del suo caso sotto l’egida del neonato Federal Bureau of Investigation voluto da John Edgar Hoover, non notano Dillinger che passeggia. E osserva tutte le foto che l’Fbi ha appeso alle pareti per ricostruire la sua parabola di criminale. Pareti fitte di sue immagini, di quelle della sua donna, dei suoi complici. Dillinger e la sua vita sono dispiegati in quella stanza. Tutti i poliziotti d’America lo stanno cercando.

Ma nessuno lo vede camminare in carne e ossa. L’impalpabilità del mito, la sua virtualità, è il tema portante del nuovo film di Michael Mann, Nemico pubblico che il New York Times ha definito una “densa e bellissima opera d’arte”. Nella versione di Mann, la quindicesima della storia del cinema americano, Dillinger è incarnato da un ombrosissimo Johnny Depp. Perfettamente in linea con l’ineffabilità del personaggio.

Mentre il nemico del rapinatore, l’agente speciale Melvin Purvis, che ha l’ordine di catturarlo, ha il volto di Christian Bale. Due divi antagonisti, mai in scena contemporaneamente (scelta che Mann aveva già fatto con De Niro e Pacino in The Heat), ma destinati a incrociarsi sul finale, quando il "Robin Hood" della Grande Depressione viene ucciso. Mann mette in scena i dieci mesi che precedono quel momento, a partire dalla spettacolare, coreografica, evasione dal carcere di Lake County, Indiana. In cui Dillinger libera la sua gang e si lancia in un folle volo di fughe, rapine alle banche, passione e morte.

Nel film viene dato ampio alla storia d’amore con Billie Frechette (Marion Cotillard), che rafforza la fisionomia del protagonista come eroe romantico. In realtà, uno spregiudicato che intuisce il potere dei media, la loro capacità di creare realtà. Uno che, a chi gli propone di sequestrare le persone anziché rapinare le banche, risponde: “Alla gente i rapimenti non piacciono”. Per questo, la scena dell’ufficio di Polizia è la scena chiave, che fornisce la lettura forte al lavoro di Mann. Un’opera lussuosa, molto raffinata, che si sofferma sul valore del mito per la (nascente) comunicazione di massa, in cui ha un ruolo importante proprio il cinema.

Dillinger è un simbolo per il paese (quegli Stati Uniti attraversati negli stessi anni dalle scorribande di Bonnie e Clyde) e nutre l’immaginario di milioni di americani. Che vedono in lui la vendetta contro le casse forti degli istituti di credito, ritenuti responsabili della povertà del paese. L’altra scena chiave, ambientata in una sala non a caso, è cinematografica.

Ancora più forte, stilisticamente più ragionata. Perchè Mann passa dalla realtà alla fiction per approdare nuovamente alla realtà. Vediamo Hoover mentre sta addestrando le sue ‘truppe’ per trovare Dillinger. L’immagine diventa quella di un cinegiornale proiettato in un cinema, dove siede il ricercato. Lo stesso Hoover, dallo schermo, chiede a chiunque veda quell’uomo di fare qualcosa. Ed esorta gli spettatori a guardarsi attorno.

Ma, ancora una volta, nessuno vede Dillinger, l’uomo “invisibile” che esiste solo nell’immaginario. E pensare che, nella realtà, l’uccisione del gangster fu uno dei punti più importanti messi a segno dal dipartimento guidato da Hoover, in quel momento ostacolato da molti. Dillinger è morto a 31 anni, il 22 luglio 1934, a Chicago. All’uscita di un cinema, dove aveva visto Manhattan Melodrama con Clarke Gable e Myrna Loy (caso che piace al regista, visto che i due divi degli anni ‘30 sono identici a Johnny Depp e Marion Cotillard), un poliziesco.

E Nemico pubblico è anche una sontuosa passeggiata nel cinema di genere. Con una ricchezza di riferimenti enorme, in cui si possono isolare Brian De Palma e Arthur Penn. Del primo, Mann cattura il meglio: l’eleganza dei movimenti di macchina e la precisione nelle ambientazioni (a Chicago, poi, si svolge anche Gli intoccabili di cui De Palma realizza una delle scene madri nella stessa Union Station filmata da Mann). Mentre del Penn di Gangster’s Story ci sono reminiscenze nei momenti di fuga, nelle crivellate di mitra che uccidono molti personaggi e nella scena quasi-onirica, in mezzo al nulla, in cui i due amanti (là Bonnie e Clyde, qui Dillinger e Billie) si trovano soli, destinati alla separazione e alla morte.

Il regista di Collateral realizza insomma con Nemico pubblico una sorta di musical colto, fatto di “numeri”, di scene studiate e perfetti cambi di stile. Girato in Hd, come una partitura il film ha virate inaspettate (l’utilizzo di una nervosissima steady cam dopo momenti riflessivi) e scansioni ritmiche sorprendenti. Forse il suo difetto, però, sta proprio nell’estrema cura, che paradossalmente crea un certo distacco emotivo con lo spettatore.

Da Il Fatto Quotidiano del 7 novembre 2009