Quarantanovesimo e cinquantesimo giorno di protesta: “il sole di mezzogiorno asciuga umidità e fatica accumulata in un’altra settimana trascorsa sul tetto del nostro Istituto di ricerca”.
Iniziava così un mese fa il “diario dal tetto”, descrivendo il nostro diciannovesimo giorno. E le stesse parole le possiamo usare oggi. Non solo perché dopo tanta pioggia su Roma ha fatto di nuovo capolino il sole, ma soprattutto perché è stata un’altra settimana di stanchezza e di attesa. Attesa per una soluzione che, anche dopo l’apertura del tavolo tecnico proposto dal Ministro, sembra non essere ancora a portata di mano. Non ci lamentiamo: sapevamo fin dall’inizio che sarebbe stata una campagna lunga e difficile.
Auspicavamo tuttavia una maggior pressione sui vertici ISPRA e ministeriali da parte delle forze politiche, specialmente quelle di maggioranza. Del resto il nostro “caso” non rappresenta una spinosa questione politica, né tantomeno un problema economico. Risolverlo, oltre che mostrare buon senso nell’esclusivo interesse dello Stato, sarebbe anche motivo di grande prestigio. Costituirebbe infatti un segnale forte in un paese dove la ricerca e l’ambiente sono da sempre stati visti come una spesa da tagliare ed una fonte di mera speculazione, piuttosto che risorse irrinunciabili su cui investire. Finora non è stato così.
Oggi, dopo quasi due mesi di protesta, continiuamo ad assistere alla lenta agonia del nostro Istituto, alla quale ci stiamo opponendo con tutta la nostra determinazione e tenacia. Qualità che ci hanno permesso di non cedere alla fatica ed alle pressioni dei Commissari, alla nostalgia di casa, al freddo e alla pioggia, all’indifferenza di gran parte della classe politica, ai malanni. Ma non cedere non significa non sentirne il peso, non portarne i segni addosso. Sempre più visibili.


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