A Piazza Vittorio, Roma, dove due terzi dei bambini sono figli di immigrati. E parlano tutti l’italiano.

Abito a Roma, in uno dei quartieri più multietnici d’Italia. Mio figlio Enrico ha tre anni e mezzo, e frequenta uno degli asili pubblici più multietnici d’Italia. Uno di quelli che secondo la Gelmini sarebbero un covo di malessere sociale ed etnico: qui le quote sono esattamente il contrario di quelle che vorrebbe il ministro, ma le cose vanno benissimo. Due terzi stranieri, un terzo italiani. Eppure, se in un qualsiasi giorno ti affacci in un corridoio trovi solo sorrisi, grida di felicità, lavo retti di cartapesta e cartelloni colorati.

Nessun luogo di bambagia protetta, nessun ghetto per ricchi: asilo pubblico, a solo pochi metri da piazza Vittorio, retta di 60 euro (solo perché c’è la mensa). Una squadra didattica da far paura – maestre, collaboratrici scolastiche, direttrice – a cui dovrebbero dare il Nobel per la pace. Bimbi di tutte le nazionalità: cinesi, sudamericani, indiani, cingalesi, polacchi… A quelli che dicono: “Ma così, come fanno i nostri figli ad imparare l’italiano?”, vorrei solo dire di entrare un momento e di avvicinare l’orecchio alla porta di una classe. Parlano tutti italiano, tutti. Qualcuno si porta traccia di accenti diversi, ma molti parlano l’italiano meglio degli italiani, anche se hanno un cognome pieno di consonanti (il peso delle cadenze, direi senza polemiche, èinferiore a quello che si sente sui banchi del governo). L’unico indizio di diversità etnica lo trovi se ti metti a sbirciare le targhette dei nomi sotto gli attaccapanni: “Shannah, Sophie, Oliver… Ogni attaccapanni ha un nome, e anche un disegnino. Il rito di appello è così: le maestre mettono tutte le schede con i nomi dei bambini sul tavolo, e anche i bimbi che non sanno leggere trovano i loro e vedono quello degli altri. Poi lo vanno infilare su una parete dove c’è una bacheca piena di tasche trasparenti. Enrico ha una chiocciola, ed è molto contento.

Quando sento dire che i genitori fuggono dalle scuole con gli stranieri penso a questa estate. C’era gente che tramava di restare fuori. Prima ancora di iniziare le lezioni la direttrice mi ha telefonato: “Facciamo una festa di benvenuto”. E io: “Prima ancora di iniziare?”. E lei, ridendo: “Sa, per integrare i bambini bastano tre giorni. Per i genitori non bastano tre mesi” . Geniale. Quando sento parlare di integrazione, invece, mi viene in mente un’immagine di questo autunno. Riunione dei genitori. La direttrice ci informa: “Serve un rappresentante dei genitori”. Molti dei genitori italiani, fra cui io, si guardavano preoccupati. Nessuno si è fatto avanti. Allora ha parlato il padre di un bimbo rumeno: “Mi candido io! Mi chiamo Silvio, un nome perfetto per la politica, nontrovate”.Inutile dire che Silvio è stato eletto all’unanimità. E la paura etnica? Mio figlio ha visto Biancaneve ed è rimasto terrorizzato dalla strega Malefica, quella con il velo sotto la gola. Due giorni dopo ha visto la madre di un compagno con il velo e si è spaventato: “In classe è venuta Malefica!”. Gli abbiamo spiegato: “No, Enrico, la signora ha il velo perché è musulmana”. Non sembrava convinto, ma non ne ha parlato più per due mesi. Poi, la settimana scorsa ha rivisto il dvd di Biancaneve: “Papà, Malefica è musulmana?”. Capirà. Spesso i bimbi stranieri non vengono alle feste. Spesso non vengono perché i genitori pensano che il regalo sia obbligatorio. Ma la scuola unisce tutti, ed è diversa in tutta Italia. Si possono decidere a Roma delle quote per risolvere tutti i problemi ? Non lo hanno fatto in nessun paese del mondo.

Allora chiedo. Cosa significano le quote per legge? Provo ad applicarlo alla classe di Enrico. Che dieci bambini se ne dovrebbero andare via. E perché? E, soprattutto, dove? E poi, queste quote, come vanno contate. Devono comprendere i bambini che sono stranieri anche se nati in Italia? Solo quelli nati fuori? Solo quelli che sono stranieri e non parlano italiano? E i bimbi stranieri di tre anni che parlano italiano? Venerdì, dopo gli scontri in Calabria, una madre araba mi ha fermato all’uscita della scuola: “Tu fai il giornalista, cosa ci accadrà, adesso?”. Le ho risposto: “Nulla”. Invece aveva ragione lei. Sto provando a immaginare dove dovrebbero mandare i bimbi che non avrebbero più diritto alla loro scuola,i fuoriquota. Li deportano altrove con il pullmino? In qualche bella scuola dove c’è un posto etnico per stranieri libero? In qualche asilo dei Parioli? L’unico problema di quota che ho visto a scuola sono due gemelline cinesi di tre anni. Ogni volta che le maestre hanno provato a dividerle pianti a dirotto. Erano diventate la favola della scuola. Oggi cosa faranno? Alla fine, le maestre le hanno riunite. Lieto fine. Speriamo che dopo aver riunito le gemelle, l’anno prossimo, non si debbano dividere i bimbi. Anche perché, forse, il buonsenso delle maestre prevale sui decreti delle ministre ministri.

da Il Fatto Quotidiano del 10 gennaio