Un italiano su quattro non ha accesso al credito. Ovvero, se va in banca, non gli prestano un euro. Li chiamano soggetti “non bancabili”: sono quelli che non hanno nessuna garanzia da offrire, né una casa, né un contratto a tempo indeterminato. Precari, immigrati, famiglie disagiate, aspiranti imprenditori. Quelli che di un prestito avrebbero più bisogno e invece si ritrovano nella spirale del “non hai, quindi non avrai”. E rischiano di finire nelle “fauci” delle finanziarie e dei subprime. La loro unica alternativa si chiama microcredito.

“Ritmi” è la rete italiana che raccoglie 21 organizzazioni che si occupano di offrire credito a chi non ne ha. “L’Italia – spiega il presidente Daniele Ciravegna – con il suo 25%, ha uno dei tassi di esclusione sociale e finanziaria più alti d’Europa”. Per combatterla servirebbero 50 miliardi di euro (12 da destinare alle famiglie, 11 agli immigrati, 27 alle imprese in difficoltà). In Francia solo il 2 per cento dei cittadini è escluso, in Germania il 3, nel Regno Unito il 6 mentre perfino in Spagna la percentuale si ferma all’8. Secondo Alessandro Messina, responsabile del settore Crediti Retail dell’Abi, le ragioni del nostro primato negativo sono dovute a “infrastrutture culturali”: “Da un lato c’è un’altissima propensione al debito. Nel nostro paese il 95 per cento dei pagamenti avviene in contanti: c’è una rarefazione delle relazioni fiduciarie, che le varie fusioni di banche non hanno che aggravato. E poi c’è un’altra questione: in Italia le banche non hanno ancora superato del tutto la transizione tra pubblico e privato. Tornano di moda le attenzioni pubbliche sul mercato del credito”.

Per fortuna, non sempre sono negative. Il Lazio, ad esempio, è una delle regioni italiane che più ha investito nel microcredito: per il triennio 2009-11, sono stati stanziati 18 milioni di euro. “Per noi si tratta di un intervento di welfare – spiega Luigi Nieri, assessore al Bilancio – L’azione che abbiamo provato ad attivare è quella di smontare nel cittadino temporaneamente povero lo status di ‘assistito sociale’ cercando invece di spronarlo a risolvere i problemi che lo hanno indotto a indebitarsi attraverso degli aiuti economici e una rete di sostegno diretto che potremmo definire di ‘filiera sociale’.

Il microcredito non è solo “sociale”, ma è soprattutto uno strumento per la creazione di nuove realtà imprenditoriali. Sia chiaro, nessuno fa beneficenza. Servono documenti che giustifichino la richiesta (preventivi di spesa, bollette insolute, ecc.) ed altri che dimostrino la capacità di restituzione. La differenza con i circuiti del credito ordinario, però, stanno non solo nei tassi di interesse e nei tempi di restituzione più dilatati, ma anche in quella che chiamano la “centralità della persona”: una valutazione etica e sociale dei beneficiari.

Al prestito, inoltre, segue un percorso di accompagnamento e monitoraggio che dura fino alla restituzione. Finora, i risultati scarseggiano. Il governo Prodi nel 2007 ha istituito il Comitato nazionale per il Microcredito. Dipende dalla presidenza del Consiglio dei ministri e lo presiede Mario Baccini. L’ultimo comunicato risale al 2 marzo del 2007. Le ricerche realizzate o promosse dal Comitato sono ferme al 2006. Tre quarti delle pagine del sito web risultano “in allestimento” e manca ancora la legge che ne regolamenti le funzioni. “A breve ci sarà una circolare del governo” promette Baccini.

Ma chi tutti i giorni lavora su questi temi, non ci crede troppo: “Nel Libro Bianco sul Welfare pubblicato dal ministro Sacconi – denuncia Sabina Siniscalchi della Fondazione culturale di Banca Etica – la parola ‘microcredito’ non è scritta nemmeno una volta, così come non compare in nessuno delle decine di progetti di legge per uscire dalla crisi depositati alla Camera e al Senato”.

Anche l’Abi ha chiesto al governo di riconoscere le specificità del microcredito come strumento finanziari: i suoi tassi di interesse soglia, il suo numero massimo di operazioni, e così via. “Ci sono già 250 banche impegnate a vario titolo in programmi di microfinanza – spiega Messina dell’Abi – ma le riforme di sistema possono passare solo attraverso una strategia di mercato, che non ha valenza né etica, né solidaristica, né mutualistica”. Lo sanno gli imprenditori: “Con l’avvento della crisi, non ho trovato nelle banche atteggiamenti diversi da quelli prima della crisi – spiega Carmelo Rigobello, coordinatore nazionale di Confartigianato Persone – Sempre la stessa: “Se mi dai garanzie ti do i soldi, se no niente’. Va a finire che si dà il denaro a chi lo ha già”.

Da Il Fatto Quotidiano del 6 gennaio