Da un mese i precari dell’Ispra protestano sui tetti: la paura dello sgombero, il gelo. E un Natale con nulla da festeggiare

“Scendete o sgomberiamo”. La chiamata era arrivata all’Ispra nel pomeriggio di lunedì, un consiglio suonato come un avvertimento. Un mese esatto dopo essere saliti sul tetto, e qualche ora dopo un incontro inconcludente con i vertici del ministero dell’Ambiente, ai ricercatori dell’Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale è stato “suggerito” di andare a trascorrere il Natale a casa, dalle loro famiglie, e magari di portare un regalo col loro ultimo stipendio. Perché dal 31 dicembre, 230 di loro non avranno più un contratto, e altrettanti sono stati interrotti a giugno.

“Appena ricevuta la chiamata ci siamo riuniti per capire a chi potevamo rivolgerci per farci ascoltare e scongiurare uno sgombero – spiega Massimiliano Bottaro, uno dei coordinatori della protesta – ma era una serata difficile, a Roma stava piovendo e dovevamo anche occuparci di come ripararci. Alla fine mi sono attaccato al telefono e ho cercato di rintracciare tutti i politici che ci avevano dato ascolto fino ad allora”. Tra loro c’è Furio Colombo, parlamentare del Partito democratico, che nella serata di lunedì si è speso per difendere il diritto di manifestare degli scienziati. Ha chiamato tutti i deputati che ha trovato svegli a quell’ora, compreso il presidente del partito, Rosy Bindi, che era a casa, a cena con amici. Tra di loro c’era Giovanni Bachelet, deputato del Pd e responsabile Scuola del partito.

“Era una cena importante, la aspettavamo da un anno, stavamo ricordando il papà di Rosy. Ma appena è arrivata la telefonata si è mostrata preoccupata e non ha avuto dubbi. Doveva andarci qualcuno. Ha chiamato un taxi e in cinque minuti mi ci ha messo su – racconta Bachelet – io ho telefonato subito a Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Cultura alla Camera, e anche lei, che ha seguito la vicenda, mi ha consigliato di partire immediatamente. Ho preso i numeri dei ricercatori e, dopo un lungo viaggio notturno sotto la pioggia, sono arrivato a via Casalotti”.

Una delle sedi dell’Ispra, quella che fa capo alla protezione dell’ambiente marino dove i ricercatori sono saliti sul tetto trenta giorni fa, è nella periferia nord di Roma, lontana dai luoghi del potere e anche dai loro pensieri. Ma non da quelli di chi deve farli scendere, su ordine di qualcuno che non vuole avere problemi a Natale, quando mangerà il panettone con la famiglia o a Capodanno, mentre stappa lo champagne.

A Roma è uno degli inverni più freddi degli ultimi anni. “Durante la notte pioveva, faceva freddo, ma loro erano lì, a presidiare l’Istituto e il loro futuro. Sono rimasto sul tetto a garanzia che almeno in quella notte non succedessero cose turche – spiega Bachelet – e per loro è stato un grande incoraggiamento. Hanno bisogno di sostegno, di capire che c’è qualcuno che li ascolta e che non sono abbandonati a loro stessi. Tranne che dal governo”. Ma il problema che Bachelet evidenzia dopo aver parlato con i ricercatori è quello che caratterizza il lavoro dei giovani in Italia: l’abuso sconsiderato del precariato.

“Per far fronte al blocco delle assunzioni, negli ultimi anni sono stati assunti moltissimi ragazzi con contratti a termine di ogni tipo e oggi ci si ritrova con una montagna di precari che devono essere stabilizzati senza aver fatto nessun tipo di selezione. Servirebbero concorsi efficaci in questo paese, non sfruttamento del lavoro senza controllo”. Causa della nuova disperata tattica di negoziato adottata dai lavoratori. Infatti il non detto implicito nel significato della protesta di un ricercatore che sale su un tetto è il passo successivo, cioè quello di buttarsi dal tetto. E se si arriva a minacciare un gesto estremo è perché non c’è più nulla da contrattare.

Una volta i sindacati discutevano con l’azienda di retribuzioni, orari o cassa integrazione. Oggi c’è un lavoro precario, senza ferie, malattia e straordinari. Si può solo essere rinnovati o andare a casa, privati degli ammortizzatori sociali. Quindi i sindacati, già di per sé in difficoltà a farsi ascoltare da questa maggioranza, diventano solo un mezzo ma non hanno più margine di trattativa: o bianco o nero, o un contratto o a casa. E quindi il lavoratore si fa giustizia da solo, salendo sul tetto.

“Questa lotta a oltranza è un’arma a doppio taglio – spiega Bachelet – perché i ragazzi temono che la protesta si disperda dopo uno sgombero. In realtà il rischio vero che corrono è quello che il ministero non li faccia sgomberare mai e che li ignori”. Infatti l’incontro di lunedì con il vicecapo di gabinetto del ministro Prestigiacomo ha confermato l’atteggiamento di totale chiusura già dimostrato dalla struttura commissariale che ormai da un anno e mezzo governa l’ente, guidato dal prefetto Vincenzo Grimaldi. Niente rinnovi dei contratti, tanto meno stabilizzazioni, ma solo la proposta di un nuovo incontro per il 20 gennaio, quando ormai la grande maggioranza dei precari avrà visto il proprio contratto scadere.

“L’Ispra – spiega Bachelet – non è soltanto un prezioso ente di ricerca, ma è anche un’agenzia che fornisce importanti servizi allo Stato. E’ dovere del governo cambiare atteggiamento, perché non è possibile che a professionisti del settore ambientale, oggi strategico per qualsiasi economia, le istituzioni rispondano con indifferenza o con velate minacce di un intervento d’autorità. Io sono contento del mio partito, che sa mobilitarsi a qualsiasi ora del giorno e della notte”. Ieri, la neocandidata a presidente della regione, Renata Polverini, ha dato la sua disponibilità a salire sul tetto e occuparsi dell’Ispra. “Questi problemi si risolvono solo se siamo sotto elezioni – dice Bachelet – speriamo che i ricercatori tengano duro fino a marzo”.

da Il Fatto Quotidiano del 23 dicembre 2009

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