Le nuove accuse della Procura

di Andrea Cottone

Potrebbe essere un inizio d’anno di fuoco per l’ex presidente della regione siciliana Totò Cuffaro, dimessosi dopo la condanna in primo grado per favoreggiamento di un capomafia e diventato poi senatore della Repubblica. Il gip del Tribunale di Palermo ha, infatti, fissato per il prossimo 5 febbraio, l’udienza preliminare in cui si deciderà se l’ex governatore dovrà essere processato anche per concorso esterno in associazione mafiosa. Più o meno nello stesso periodo è attesa la sentenza della corte d’Appello per il processo alle “Talpe della Dda”, quello in cui Cuffaro è già stato condannato a cinque anni per aver rivelato notizie riservate che hanno finito per favorire il boss Giuseppe Guttadauro che scoprirà la cimice in casa sua mandando a monte le indagini.

L’inchiesta aperta dalla procura e condotta dal pm della Dda di Palermo Nino Di Matteo, ha portato alla richiesta di rinvio a giudizio col nuovo capo d’imputazione. Secondo l’accusa, infatti, Cuffaro avrebbe "consapevolmente e fattivamente contribuito al sostegno e al rafforzamento di Cosa nostra" grazie al suo ruolo politico, prima nella Dc, poi nell’Udeur e nel Cdu, fino a quello ricoperto nella prima poltrona della Regione siciliana. Nella sua carriera politica, sostiene la procura, Cuffaro avrebbe cercato e ottenuto il sostegno elettorale della mafia, intrattenendo rapporti, diretti o mediati, con una lunga serie di uomini d’onore. Angelo Siino, Franco Bonura, Antonino Rotolo, Michele Aiello, Maurizio Di Gati, Giuseppe Guttadauro, Francesco Campanella e Salvatore Aragona.

Così avrebbe messo a disposizione delle famiglie il suo ruolo politico consentendo a Cosa nostra di influenzare il potere amministrativo e di ottenere l’"impunità". Perché a essere messa in primo piano è la "ripetuta divulgazione di notizie che dovevano restare segrete" riguardo indagini che coinvolgevano importanti esponenti di Cosa nostra.

Le elezioni. Se il gup darà avvio al nuovo processo, Cuffaro sarà chiamato a rispondere di una serie di operazioni elettorali che avrebbe attivato rispondendo al volere dei boss. In particolare, secondo le indagini Cuffaro avrebbe assecondato i ‘desiderata’ di Giuseppe Guttadauro, aiuto primario all’ospedale Civico e capo del mandamento mafioso di Brancaccio, inserendo nelle liste del Cdu per le elezioni regionali del 2001 Domenico Miceli, che sarà condannato in primo grado e in appello per concorso esterno in associazione mafiosa. Alla stessa maniera Cuffaro avrebbe inserito nella lista "Biancofiore" – creata ‘ad hoc’ per far scattare un seggio all’Ars all’ex maresciallo dei carabinieri, Antonio Borzacchelli – un uomo indicato da Antonino Mandalà, capo della famiglia mafiosa di Villabate: Giuseppe Acanto. Una storia, quella della raccolta del consenso servendosi della mafia, che comincerebbe già nel 1991. I pm contestano infatti a Cuffaro anche di aver chiesto l’appoggio elettorale di Angelo Siino, allora fondamentale “ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra”. Per i magistrati Cuffaro sarebbe stato consapevole di assecondare i voleri dei capomafia e in grado di conoscere i fini di queste richieste.

I segreti. Al centro dell’inchiesta ci sono anche le fughe di notizie di cui si sarebbe reso protagonista l’ex governatore nei confronti di personaggi indagati dalla procura, In particolare i pm contestano a Cuffaro di aver rivelato a Domenico Miceli, Salvatore Aragona e Giuseppe Guttadauro, notizie relative alle indagini che il Ros dei carabinieri stava compiendo nei loro confronti. Allo stesso modo, in concorso con Antonio Borzacchelli, Cuffaro avrebbe rivelato le indagini che v’erano in capo a Michele Aiello e alla famiglia mafiosa di Bagheria (in particolare nei confronti di Pietro Lo Iacono, Nicolò e Salvatore Eucaliptus) finalizzate alla cattura di Bernardo Provenzano. Ma non solo. Anche Francesco Campanella, della famiglia di Villabate, sarebbe stato avvertito da Totò delle indagini – intercettazioni e pedinamenti – che c’erano nei suoi confronti.

Relazioni pericolose. All’ex governatore siciliano vengono anche contestati collegamenti con la mafia agrigentina. In particolare viene ritenuto che Cuffaro avrebbe accettato le richieste provenienti da Maurizio Di Gati – all’epoca capomafia di tutta la provincia – promettendo il coinvolgimento di aziende legate a Cosa nostra in lavori pubblici che si sarebbero dovuti fare in quel territorio. Infine i magistrati sottolineano la frequentazione fra il senatore dell’Udc e Franco Bonura, sottocapo della famiglia di Uditore, arrestato nel giugno 2006 in quanto considerato nel triumvirato che governava Palermo. I contatti fra i due sono stati frequenti e Cuffaro lo andava a trovare direttamente nei suoi uffici della Immobiliare Raffaello.

da Il Fatto Quotidiano del 19 dicembre