Al processo di Palermo acquisiti i verbali di altri due testimoni, in attesa di Giuseppe Graviano

Il capo, Giuseppe Graviano, ha rifiutato "per ora" di parlare, il fratello Filippo ha smentito il pentito Gaspare Spatuzza, ma sull’incontro al bar Doney in via Veneto, a Roma, tra Spatuzza e Giuseppe Graviano il procuratore generale Nino Gatto ha lanciato ieri in aula al processo Dell’Utri, la sua "carta di riserva": Gatto ha infatti chiesto di acquisire i verbali di un altro pentito, morto nel 2004, Antonio Scarano, l’uomo che ai giudici di Firenze disse di avere accompagnato Spatuzza in via Veneto, di averlo atteso fuori dal bar Doney "per circa mezz’ora", e di averlo visto poi parlare con un uomo "dal cappotto blu", un uomo che Spatuzza chiamava "Madre Natura", e cioè il soprannome di Giuseppe Graviano.

Un uomo importante, secondo Scarano, che poi entrambi accompagnarono a Torvaianica, il quartier generale del commando stragista che agiva in quel periodo nella Capitale. Se dunque sul contenuto del presunto incontro di via Veneto bisognerà attendere le parole di Giuseppe Graviano, le modalità di quell’appuntamento vengono confermate da un altro collaboratore, le cui dichiarazioni, rese in aula al processo per le stragi di Firenze, sarà la Corte a valutare se saranno acquisite agli atti del dibattimento.

Un jolly inatteso che il pg ha lanciato ieri sul tavolo processuale, in un’udienza in cui i giudici, probabilmente stanchi del clamore mediatico suscitato, hanno respinto la richiesta di sentire in aula il pentito Salvatore Grigoli, che ai magistrati di Firenze il 5 novembre scorso disse di avere appreso dal boss Nino Mangano che "c’erano buoni rapporti con Dell’Utri".

Dichiarazione oggettivamente più generica delle parole di Spatuzza la cui attendibilità intrinseca dovrà essere valutata, secondo Gatto, anche analizzando il suo percorso di conversione spirituale: per questo il pg ha chiesto l’audizione dei cappellani del carcere di Ascoli e de L’Aquila, padre Pietro Capoccia e padre Massimiliano De Simone e del vescovo del capoluogo abruzzese, monsignor Giuseppe Molinari.

Padre Capoccia potrà riferire sugli "interessi religiosi manifestati da Spatuzza nel periodo della sua detenzione ad Ascoli dal 30 gennaio 2005 al 20 marzo 2008". Padre De Simone potrà raccontare, invece, che "quasi quotidianamente intratteneva lunghi colloqui" nel carcere de L’Aquila (dove Spatuzza è stato detenuto dal 20 marzo 2008 all’8 aprile 2009) con il picciotto di Brancaccio e in cui il futuro collaboratore "gli narrava minutamente i crimini commessi, manifestando con il pianto il proprio rimorso". E "già al secondo incontro – ha aggiunto Gatto – manifestò la volontà di intraprendere la collaborazione". Il vescovo, infine, protagonista di uno scambio epistolare con il pentito, "potrà riferire sulle visite da lui fatte a Spatuzza, la corrispondenza con lui tenuta e il sincero pentimento in lui constatato per la condotta tenuta nella vita pregressa".

Anche citando gli esami sostenuti brillantemente da Spatuzza, con i complimenti della commissione, all’Istituto superiore di scienze religiose. Il pg ha sollecitato infine l’audizione di due pentiti che hanno accusato Berlusconi: Pietro Romeo e Giovanni Ciaramitaro. Il primo sulle "confidenze ricevute da Francesco Giuliano (condannato per le stragi, ndr), intorno all’esistenza di un politico a Milano, che diceva a Giuseppe Graviano di mettere le bombe e che era in grado di fargli conoscere i luoghi in cui si trovavano i pentiti".

Il nome di questo politico, secondo Romeo, sarebbe stato fatto da Spatuzza a Giuliano: Berlusconi. Confidenze che Giuliano avrebbe fatto anche a Giuseppe Ciaramitaro, che gli avrebbe rivelato "che c’era un politico che proteggeva gli stragisti, che dietro le stragi c’erano Berlusconi e altri politici". Ciaramitaro avrebbe poi parlato anche di provvedimenti legislativi subito emessi dal primo governo Berlusconi in favore "dei carceri, per i semplici detenuti allora". Il pg, infine, ha chiesto di accertare la data esatta del fallito attentato dell’Olimpico chiedendo di sentire in aula i due funzionari della Dia che hanno indagato sul furto delle targhe della Lancia Thema, utilizzata come autobomba. Sulle richieste la corte si pronuncerà l’8 gennaio prossimo.

Da Il Fatto Quotidiano del 19 dicembre