Le prove non bastano. L’omicidio di Chiara resta, per ora, senza un colpevole


Come ormai tutti sanno, Alberto Stasi è stato assolto: il gup di Vigevano ha ritenuto che non c’erano prove sufficienti per ritenerlo colpevole della morte di Chiara Poggi. Sconcerto, disperazione dei familiari, disapprovazione dei cittadini: un omicidio, un imputato, una vittima giovane e bella, un pm che chiede 30 anni di carcere, come si fa ad assolvere. Condannare si doveva. E’ una sentenza “ingiusta”, “sbagliata”, è un “errore giudiziario”. Qualcuno presto dirà: il gup deve risarcire il danno cagionato, i giudici debbono essere responsabili degli errori che commettono. Sono giudizi sbagliati; si fondano su un equivoco. Provo a spiegare.

“INNOCENTE”. Vi ricordate Enzo Tortora? Tutti noi oggi diciamo che era innocente. E facciamo bene a dirlo perché la Corte di Cassazione confermò la sentenza di Corte d’Appello che, riformando la sentenza del Tribunale che lo aveva condannato per spaccio di droga, definitivamente stabilì che era innocente.
Abbiamo una sola certezza. La sentenza del Tribunale che lo aveva condannato si era fondata su prove che, secondo quei giudici, dimostravano che Tortora era colpevole. Ma poi altri giudici decisero in altro modo e oggi, giustamente, tutti noi dobbiamo affermare che Tortora “era innocente”. Vi ricordate di Adriano Sofri? 8 processi (mi pare) ha avuto; e l’ultima sentenza ha stabilito che egli fu concorrente morale nell’omicidio del commissario Calabresi. Ma altre sentenze hanno affermato il contrario. Quali giudici si sono avvicinati di più alla “verità”? Come facciamo a saperlo?
Non possiamo. E’ per questo che è così facile per il gaglioffo arrestato dal gip, condannato in primo grado e assolto in appello per insufficienza di prove dichiarare a gran voce: “E adesso chi mi risarcisce?” Perché, certo, lui è innocente, essendo stato assolto. Innocente per la legge dello Stato; che non vuol necessariamente dire che non ha commesso i reati per cui era stato arrestato e poi condannato dai primi giudici. Io so che queste riflessioni sono sconcertanti. Così vi propongo un esempio.
Per un giudice uno dei lavori più difficili è occuparsi di diritto di famiglia: separazioni, divorzi, assegni di mantenimento, rapporti patrimoniali. E poi i bambini: a chi debbono essere affidati, alla madre, al padre, a qualche parente, messi in comunità? Decisioni terribili, di una complessità e di una delicatezza micidiali. Cosa fa questo giudice quando deve decidere? Si ammazza di lavoro; interroga i divorziandi, i parenti dell’uno e dell’altro, acquisisce le relazioni dell’assistenza sociale, ne interroga i funzionari più e più volte, ordina alla guardia di finanza di compiere accertamenti patrimoniali sui coniugi (si deve decidere chi deve dare soldi a chi e quanti ne deve dare), dispone consulenze psicologiche e psichiatriche, qualche volta deve interrogare i bambini.
E poi magari ricomincia daccapo perché il risultato di una di queste attività evidenzia una situazione nuova. Nuovi interrogatori, nuovi documenti, nuove consulenze. Va avanti per mesi. Poi decide: i figli vanno alla mamma, il papà li potrà vedere due volte alla settimana e dovrà darle un assegno di mantenimento di 500 euro al mese; il Natale con la mamma, la Pasqua con il papà, le vacanze, la casa coniugale…Deve regolamentare tutto.
Naturalmente il papà dell’esempio non è contento, lui voleva tenere i figli con sé e non voleva pagare o voleva pagare di meno, e poi le vacanze, così non vanno bene. E quindi fa appello. E il giudice dell’appello ricomincia daccapo: studia tutte le carte raccolte in Tribunale, magari sente di nuovo i genitori, le assistenti sociali, magari fa un’altra consulenza; insomma cerca di capire. Poi anche lui decide: i figli vanno in affidamento congiunto, al padre e alla madre insieme; l’assegno, solo 300 euro; e la casa e le vacanze e tutto il resto: un po’ diverso da quello che aveva deciso il primo giudice.

CHI HA RAGIONE. Adesso, chi ha ragione, chi ha deciso “giustamente”? Il giudice di Tribunale? O quello di Appello? Quale decisione è più vicina alla “verità”? E chi lo sa. Chi può dire se non aveva deciso “meglio” il primo giudice e se quello di secondo grado magari ha “sbagliato”? Naturalmente i coniugi si debbono separare, il divorzio deve essere pronunciato, i loro rapporti vanno regolati, i figli debbono essere affidati.
E’ per questo che ci sono due gradi di giudizio, un ricorso per Cassazione; e che la legge prevede che si può anche ricominciare tutto daccapo (come per Adriano Sofri); e soprattutto che la sentenza che conta, quella che avrà efficacia esecutiva, quella che regolerà i rapporti tra i cittadini, è l’ultima. Perché i cittadini debbono avere delle certezze; perché ai conflitti bisogna mettere fine; perché gli imputati vanno assolti o condannati; perché senza sentenze, cui tutti debbono rispetto e obbedienza, non potremmo vivere insieme.
E’ solo per questo che ci sono i tribunali, i giudici, le sentenze definitive. Ma tutto questo non rende la sentenza definitiva “giusta” e le altre, quelle che eventualmente essa ha riformato, “sbagliate”. Nessuno può saperlo. Non viviamo nel regno dei cieli, dove giustizia e verità, si dice, sono chiare come la luce del sole. Qui viviamo, nel nostro mondo, dove conoscere la “verità” è difficile, faticoso, spesso impossibile.
Non abbiamo strumenti che ci diano certezze. Solo possiamo sperare che la nostra verità, quella che gli uomini provano a scoprire, sia quanto vicino possibile alla “verità”; che la sentenza del giudice sia “giusta”. Possiamo sperarlo; ma non lo sapremo mai.

Da Il Fatto Quotidiano del 18 dicembre