di Davide Milosa

“Nu’ mezzo c’è pure Dell’Utri”. Per qualche istante le parole restano sospese dentro la stanza del carcere. L’interrogatorio fino a quel punto un po’ noioso prende di colpo interesse. Angelo Chianello, palermitano, classe’64, trafficante di droga, sta seduto davanti al pm Ilda Boccassini. La faccia larga, gli occhi piccoli. È visibilmente teso. Sa che fare quel nome può essere un azzardo. Tanto più che accanto al senatore del Pdl metterà in fila personaggi molto vicini a Cosa nostra, componendo un quadro dettagliato degli interessi siciliani a Milano, spesso giocati su un risiko finanziario messo in piedi attraverso false fatture. Un comitato d’affari che, tra le altre cose, ha dato appoggio logistico a Gianni Nicchi e Gaetano Fidanzati, i due superlatitanti arrestati ieri.

L’inedita partitura comprende i più stretti eredi di Vittorio Mangano e un tipo come Giuseppe Porto, detto Pino il cinese, manager in doppio petto al centro di interessi siculo-calabresi e soprattutto, scrive la Squadra mobile di Milano “vicino alla famiglia mafiosa palermitana di Pagliarelli, segnatamente Gianni Nicchi”. Particolare, quello del suo presunto fiancheggiamento al picciutteddu, confermato dal pentito Fabio Manno della famiglia di Borgo Vecchio. “So che Pino è molto vicino a Nicchi”. Oltre a Porto c’è poi Natale Sartori, dominus delle cooperative di pulizia, già coinvolto in un’indagine di mafia anche per i suoi stretti rapporti con Dell’Utri, Mangano ed Enrico Di Grusa, il genero dell’ex fattore di Arcore. Porto e Di Grusa oggi sono soci occulti nella cooperativa Smc. E sono sempre loro, in particolare i Di Grusa, a dare appoggio al boss latitante Gaetano Fidanzati. Sempre Manno incontra a Milano Di Grusa e Guglielmo Fidanzati, il figlio di Gaetano. Dice: “Mi hanno portato nel loro ufficio di piazza Corvetto. Gli ho detto, ‘ma Guglielmo come sta, sta bene?’ Lui, dice sì, tutto bene. Ed io, ‘ma l’hai sentito il fatto di suo padre, ma dov’è? Sapete qualcosa? Dice: è a Milano”.

Anche per questo Chianello davanti alla Boccassini trema. Ma ormai non può tirarsi indietro. Con la giustizia ha iniziato a collaborare nel 2008, prima a Palermo e poi a Milano. In Cosa nostra ha sempre trafficato droga. Ecco cosa si legge nel primo verbale. “Daniele Formisano gli aveva detto che le ricchezze dei Mangano derivavano dall’aiuto di Dell’Utri”. Formisano, nipote dell’ex fattore di Arcore, sosteneva “che Dell’Utri aveva interesse nelle cooperative dei Mangano la cui sede si trovava in viale Ortles a Milano”. Non solo. “C’era anche un’altra cooperativa il cui titolare era un messinese che gli aveva presentato Formisano e che queste cooperative erano una cosa sola”. Gli investigatori non hanno dubbi: quel messinese è Sartori. Oggi la palazzina al civico 16 di viale Ortles è chiusa. Qui, fino al 2008, aveva sede la Cgs New Group Scarl nel cui consiglio d’amministrazione compaiono Cinzia, Loredana e Marina Mangano, le tre figlie del boss. Da meno di un anno, la società si è trasferita in via Romilli, la via dove dal 1968 abitano i Fidanzati. Fino a qua sul piatto ci sono le figlie di Mangano e Sartori, sullo sfondo l’ombra di Dell’Utri. Poi entra in scena Giuseppe Porto, l’uomo che, secondo Chianello, gestirebbe, in collaborazione con il duo Mangano-Sartori “un traffico di fatture false”. Reato che permette di accumulare milioni di euro in fondi neri. Dopo aver calato i suoi assi, Chianello riannoda il filo del discorso. “Sono arrivato a Milano nel 2004. In particolare, Porto mi veniva a prendere in albergo e mi portava con lui”. Va avanti: “Io so che Porto è in società con le figlie di Mangano”. Poi aggiunge un altro pezzo al puzzle. “Un giorno con Porto andammo in un ufficio che si trova in una traversa di viale Ortles. Qui, mi spiegava, era tutto in nero, mentre in viale Ortles le cose erano regolari”.

Emerge, dunque, una contabilità segreta. E le Mangano? “Loro erano al corrente di questa gestione parallela”. E se Pino Porto opera dal basso, badando ai bilanci, Sartori rappresenterebbe quel “benessere di amicizie lasciato in eredità da Vittorio Mangano”. Lui è quel “messinese alto e ben vestito” che Chianello incontra in un ristorante con Porto e Daniele Formisano. “Daniele mi riferiva che è uno dei più grandi imprenditori di Milano nell’ambito delle cooperative, che ha mille operai, e quindi mi faceva intendere che era tutta una cosa”.

Classe ’58, Sartori a metà anni Novanta viene indagato per mafia e traffico di droga. Il pm Maurizio Romanelli lo accusa, assieme al compaesano Antonino Currò, di aver appoggiato la latitanza di Enrico Di Grusa, genero di Mangano. L’inchiesta parte con grandi aspettative. In primo grado inizia però a sgonfiarsi, per sfumare del tutto in Appello. Sartori sarà condannato solo per corruzione e false fatturazioni perché ha accumulato fondi neri circa 60 miliardi di lire grazie a un sistema simile a quello descritto da Chianello. Ma, al di là della sentenza, restano gli stretti rapporti con Mangano e Dell’Utri e il fatto che le cooperative abbiano lavorato per Publitalia e la Fininvest. Sono almeno tre gli incontri, raccontati dal pentito Vincenzo La Piana e dichiarati attendibili dal Tribunale, tra Sartori, Currò, Di Grusa e il senatore azzurro.

Ma per i giudici, Sartori non è organico a Cosa nostra , anche se nel 1995 si interessa per far spostare Mangano dal carcere di Pianosa. “ Questo interessamento”, spiegano, “era però rivolto alla persona in quanto tale… dato che esistevano rapporti di amicizia tra Sartori e Mangano e tra Sartori e le figlie di Mangano, nonché di conoscenza tra Sartori e l’onorevole Dell’Utri”. Esattamente “quel benessere di amicizie lasciato in eredità da Mangano” di cui parla Chianello. Un pacchetto tutto compreso che lo stesso Di Grusa, uscito dal carcere nel 2005, voleva tenere per sé. “Lui”, dice Chianello, “voleva avere rapporti diretti con queste persone”.

da Il Fatto Quotidiano del 6 dicembre 2009