di Stefano Caselli

Altro che riforma della giustizia. Il vero coronamento dell’era berlusconiana sarebbe la riforma del vocabolario. E non c’è dubbio che i consensi arriverebbero un po’ da tutti gli schieramenti. Un solo articolo sarebbe sufficiente: “Tutte le parole – e il loro contrario – possono avere significati diversi a seconda delle circostanze e delle opportunità, anche se pronunciate a brevissima distanza di tempo”.

Una norma ad hoc che risolverebbe molti grattacapi ad alcuni esponenti del Pd, impegnati a difendersi dall’imbarazzo per quanto dichiarato da Enrico Letta al Corriere della Sera: “Come ha detto Bersani, consideriamo legittimo che, come ogni imputato, Berlusconi si difenda nel processo e dal processo”. Affermazioni che, a vocabolario attuale vigente, appaiono in netto contrasto con frequenti prese di posizione di ben altro segno. Strano, infatti, che sia d’accordo anche Pier Luigi Bersani, perché appena diciotto giorni fa, il 13 novembre 2009, il neo segretario del Pd aveva così commentato la sentenza della Corte costituzionale che bocciava il lodo Alfano: “Per il Pd l’unica strada per ristabilire la serenità nel paese è che Silvio Berlusconi si faccia processare, essendo impensabile che ci sia qualcuno al di sopra della legge”.

Sembrava avere le idee chiare anche Anna Finocchiaro. Il 20 maggio 2009, commentando l’intenzione del premier di riferire in Parlamento sul caso Mills, così dichiarava a Repubblica: “Berlusconi non si fa processare, ma in compenso processa i suoi giudici. Un ribaltamento di un sacro principio costituzionale: la legge è uguale per tutti”. Quindi, alla domanda se ritenesse opportuno chiedere le dimissioni del premier in caso di condanna, rispondeva: “Le chiederei solo di fronte a una sentenza definitiva, qui siamo di fronte a un giudizio di primo grado. Non è che tifiamo per la condanna, chiediamo solo che si possa celebrare un giudizio”. Dose rincarata l’8 luglio 2009, a lodo Alfano in gestazione: “Ci eravamo illusi per un attimo quando Berlusconi aveva detto che si sarebbe difeso nel processo e mai avrebbe usato la norma salva-processi; ora è evidente che le sue parole erano fumo negli occhi degli italiani”. Durissimo, poi, il commento del capogruppo del Pd all’indomani della bocciatura del lodo Alfano: “Il presidente del Consiglio adesso vada a processo. Non possono esserci scialuppe di salvataggio per lui. Non gliele costruiremo certo noi. Il Partito democratico si occupa di cose serie”.

Anche l’ex segretario Franceschini aveva sentito il bisogno di chiosare il dibattito sull’affaire Mills invitando il Cavaliere “a rinunciare al lodo Alfano e a farsi giudicare come ogni altro cittadino”. Particolarmente incisiva, infine, era stata il 28 ottobre Rosy Bindi: incassata la carineria del “Più bella che intelligente” a Porta a Porta, l’ex ministro della Salute aveva nuovamente incrociato il premier (ovviamente via telefono) durante Ballarò: “Lei ha un solo modo per dimostrare la legalità (a proposito del caso Mills, ndr) che continua ad affermare: sottoporsi come qualunque cittadino al giudizio della magistratura”.

da Il Fatto Quotidiano del 2 dicembre 2009