Pier Luigi Celli, direttore della Luiss, invita il figlio alla fuga: e se non fosse una buona idea?

di Francesco Bonazzi

“Padre nostro che sei dei nostri, ma anche un po’ dei loro, non temere per noi. Padre nostro che sei nei cda e in ogni dove, grazie per il Paese che ci lasci. Ma noi non lo lasciamo”.

Se fossimo i tanti figli di Pier Luigi Celli, quelle centinaia di ragazze e ragazzi che studiano all’università privata che egli dirige, risponderemmo così alla lettera pubblicata ieri su Repubblica.  

Perché è vero che l’Italia non è un paese per giovani e non è la patria del merito, come denuncia l’ex direttore generale della Rai (e prima ancora, manager di successo in Olivetti, Enel e Unicredit).

Ma questo suo invito ad abbandonare l’Italia proprio non ci va giù. E non solo perché siamo appena sbucati dal nulla – nulla finanziario e nulla di potere – con un giornale tutto nuovo e tanta voglia di fare il nostro dovere. Ma perché forse abbiamo un’idea di patria che non prevede la fuga. E se proprio la prevede, è la fuga degli altri. Di quelli che non rispettano neppure le regole che si sono dati liberamente.

Certo, anche noi del Fatto riteniamo che debbano contare anzitutto “la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati”. E scommettiamo che neppure i nostri lettori siano entusiasti all’idea di lasciare ai propri figli un paese di furbastri. Dal respiro corto ma dalla mano lesta. E al pari di Celli, per una volta ci guarderemo bene dal fare qui i nomi e i cognomi di chi ha ridotto così la nazione. Non perché ce ne manchi il coraggio, ma semplicemente perché i problemi profondi di una nazione non scompaiono con questo o quel potente di turno. Si risolvono con pazienza e dal basso.

Allora proviamo a dire che forse saremo una nazione quando a scuola chi copia sarà guardato con un po’ di compassione. Gli si passerà il compito, e senza farsi pagare, ma non gli si ‘regalerà’ il fascino del più furbo. Saremo una nazione quando la lettura di un libro in più sarà guardata come un’attività preferibile all’acquisto dell’ultimo telefonino. Saremo una nazione quando i genitori smetteranno di lamentarsi del costo di un testo scolastico, salvo allungare 50 euro a botta, e senza battere ciglio, per la discoteca dei pargoli.

Saremo una nazione quando i cittadini che hanno pagato le tasse saranno più “italiani veri” di uno stilista con la holding in Lussemburgo e i suoi quattro stracci cuciti dai cinesi sotto casa. E potremmo andare avanti così per ore, perorando la causa di chi non parcheggia in doppia fila come di chi dedica il tempo libero ai bambini malati. Tanti comportamenti del genere, moltiplicati per milioni di persone e centinaia di giorni, fanno una “patria” molto più di quattro bare con la bandiera sopra.

É vero: quando prendiamo in mano la Costituzione, ci vengono quasi i brividi per quanto poco ce la meritiamo. E anche noi, come Celli, non possiamo accettare l’idea che un tronista guadagni dieci volte più di un ricercatore. Ma l’Italia non è né quella che si vede in televisione, né quella che dipingono i sondaggi del Principe.

Ognuno di noi, e basta guardarsi intorno, sa che c’è un’altra Italia che privilegia la sostanza all’apparenza. Che studia, lavora e cerca la propria strada senza trucchi. Non sappiamo se tutti costoro vadano a votare, se frequentino le università “giuste” e gli altri misteriosi luoghi dove si prepara la sedicente classe dirigente di domani.

Sappiamo però che non è scappando – o invitando a scappare – che si risolvono i problemi. Anche perché presto o tardi, quei problemi potrebbero venirti a cercare.

da Il Fatto Quotidiano dell’1 dicembre