IL DOTT. ANDREA GORI RACCONTA IL CALVARIO DI UNO STUDIOSO IN ITALIA

di Caterina Perniconi

E’il referente di malattie infettive per quattro dipartimenti dell’università di Milano Bicocca. Ma per l’ateneo non esiste. A causa del blocco dei concorsi che da anni paralizza il sistema universitario italiano, non può accedere alla selezione da professore associato.  Il dottor Andrea Gori, (fratello del più noto Giorgio, produttore televisivo e marito di Cristina Parodi), è il più giovane primario di Malattie infettive in Italia. Nominato nel 2007, a 43 anni, all’ospedale San Gerardo di Monza, vanta nel suo curriculum centinaia di pubblicazioni e riconoscimenti per gli studi sull’HIV, la tubercolosi e le malattie tropicali. Ha due lettere provenienti dall’ università di Harvard sulla scrivania, e decine di richieste dagli atenei di tutto il mondo per insegnare ai loro studenti.

Dottor Gori, dove si è bloccata la sua carriera universitaria?

Per l’università io sono un abusivo. A luglio 2008 sono stati banditi due concorsi in Italia da professore associato nella mia materia ma non si sono mai svolti. Io continuo ad insegnare perché è una delle mie vocazioni, perché l’università di Milano Bicocca non ha un docente di malattie infettive mentre io ho un corso seguitissimo e i miei studenti possono venire in ospedale ad esercitare. Ma l’università non può vivere sulla buona volontà di chi va ad insegnare senza dare riconoscimenti.
E quindi neanche uno stipendio.
Sì, lavoro gratis. Ma chiariamo-ci: il mio compenso non cambierebbe di un euro se fossi nominato professore. Perché la retribuzione da direttore di unità operativa e quello di un docente sono equiparati. Sarebbe semplicemente diviso tra l’ospedale e l’università, ma l’ateneo potrebbe guadagnarci. Perché potrebbe raccogliere percentuali sui finanziamenti che io ricevo, i più alti del mio ospedale.

Che tipo di finanziamenti
raccoglie?

Oltre ai finanziamenti pubblici, che sono gli spiccioli, e ai finanziamenti europei, mi affido per lo più ai privati, “modello americano”. Credo che si possa sensibilizzare l’opinione pubblica sulla ricerca, e per questo creo eventi di finanziamento con personaggi famosi, oltre a lavorare con aziende e associazioni di ogni genere, da Zegna alla Cariplo, fino all’Anlaids. E ci tengo a dire che gli unici studi approvati e finanziati in Italia dalla casa farmaceutica Glaxo sono quelli della mia equipe.

Da quante persone è composto il suo gruppo?

Siamo 13, tutti coinvolti da me nella didattica e nella ricerca senza prendere un euro in più. Ma sono tutti ospedalieri, nessuno è universitario. E’ stato difficile, quando sono arrivato al San Gerardo, far capire alle persone che già lavoravano lì l’importanza di unire la ricerca al lavoro in ospedale. E appena ho potuto scegliere ho preso collaboratori come me che vivono il loro lavoro senza fermarsi alla pratica clinica. Ovviamente c’è stato chi mi ha proposto i propri candidati, ma io, curriculum alla mano, ho preteso delle scuse e selezionato solo sulla base del merito.

E’ stato negli Usa, aveva firmato un contratto con l’università di Harvard ma poi ha deciso di tornare. Cosa l’ha trattenuta?
Il motivo contingente è stato familiare, ma poi sono rimasto perché forse sono utopista e ingenuo ma penso che il nostro sistema si possa migliorare e vorrei creare un’eccellenza a Milano nella mia materia. Da Harvard mi hanno chiesto di ripartire, mi offrivano due volte e mezzo lo stipendio che ho in Italia e un sistema strutturato che si sarebbe preso carico del lavoro di mia moglie, della scuola dei miei figli e della casa che volevamo affittare. In alcune realtà estere, come quella, c’è un’organizzazione strabiliante, che a volte porta a sopravvalutare anche molti dei nostri colleghi.

Cioè?

Cioè io non sopporto la storia del rientro dei cervelli. E’ un discorso demagogico e cieco. L’Italia è piena di persone che vanno all’estero in situazioni d’eccellenza, che vengono messe nelle migliori condizioni di lavoro e che tornano in Italia considerate dei “geni” ma poi all’atto pratico valgono zero. Perché lì funzionavano all’interno di un meccanismo perfetto, ma qui, dove il meccanismo perfetto non c’è, non rendono. Chi sta bene all’estero, ci rimane.

Infatti partono in molti e
tornano in pochi.

E io questo lo trovo giusto. Il problema è che gli stranieri non vengono in Italia. Del resto perché un ricercatore dovrebbe invischiarsi nel nostro sistema paralizzato quando all’estero ce ne sono di migliori? E’ questo che voglio cambiare, rendere eccellente anche il nostro sistema, o almeno una parte. E credo che si possa fare.

da Il Fatto Quotidiano n°19 del 14 ottobre 2009

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