Avete letto le frasette al vetriolo di Massimo D’Alema contro Dario Franceschini? Se non lo avete ancora fatto divertitevi: “E’ curioso che il segretario del mio partito, per andare sui giornali, debba attaccare me. Forse – ha aggiunto l’ex premier rincarando la dose – è una delle regioni per cui bisogna cambiare il segretario“. Immagino già che qualcuno storcerà il naso, che molti lo criticheranno, che fra poco sentiremo qualche richiamo all’ordine e qualche tentativo di rappacificazione più o meno ipocrita o maldestro.
Io invece penso che tutto il congresso del Pd, se fosse autentico, dovrebbe far emergere senza filtri o veli il conflitto terribile che in queste ore è in atto dentro il partito piuttosto che nasconderlo sotto il tappeto del politicamente corretto.

Domani su Il Fatto pubblichiamo una micro-inchiesta sul duello (che per ora si farà solo su Youdem tv) tra i tre candidati. Roba da mettersi le mani nei capelli, vi divertirete. Veti incrociati, tavoli di mediazione, regole così burocratiche, che nemmeno per il duello Obama McCain. Giocano a fare gli americani, questi candidati, ma non riescono ad uscire dalla prigione autoreferenziale di via del Nazzareno (la sede del partito).

C’è in questo congresso strano, insomma, il rischio di una doppia verità: la vetrina del vogliamoci bene, il livello della polemica rarefatta, il tentativo di simulare sentimenti unitari. E poi, sottotraccia (ma nemmeno troppo) lo scontro vero: brutale, severo, senza esclusione di colpi. Se le cose stanno così (e mi pare che ci siano pochi dubbi in proposito) ben venga D’Alema, che almeno parla come mangia, e in questo congresso ha iniziato a farlo fin da questa estate, con il suo intervento esplosivo alla festa di Roma. Molto meglio la sua brutale franchezza, infatti, del buonismo di Veltroni che nel suo discorso di addio invita a non ammainare la vela della resistenza al berlusconismo, ma che poi fa sega al congresso del suo partito e se va da Fazio a presentare il suo romanzo storico. Certo, alla fine non si può non restare stupiti da un congresso che è ancora impostato sull’asse D’Alema contro Veltroni, D’Alema sì D’Alema no, buoni contro cattivi. Ma se dopo vent’anni di battaglie camuffate il lider maximo squarcia il velo dell’ipocrisia è un bene per tutti. O no?

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