PREMIATO IL FUTURO
Il Nobel a Obama per gli sforzi diplomatici verso la “pace preventiva”. Il premio che sorprende tutti.

La sorpresa è immensa. Le ragioni no. Provo a chiarire. Non mi riferisco soltanto alla motivazione del comitato Nobel, che pure contiene un cambiamento rivoluzionario nel modo di assegnare quel premio. Penso alle ragioni da aggiungere. E alla necessità di dimostrare. Trovo nella stampa del mondo che ho visto finora – anche in quella americana, anche nella televisione del Paese di Obama – che il più delle volte la meraviglia rivela anche una punta di irritazione. Si esprime in due modi. Il primo: va bene, ma è troppo presto. Il secondo: sarà sempre troppo presto. Obama non sa e non può mantenere le promesse troppo grandi con cui è stato eletto. Comunque non ha fatto nessuna pace, finora.

Comincerò con un pensiero breve e triste sulla sottoprovincia italiana. Alle ore 13.30 del 9 ottobre Sky Tg24 ha affidato il suo commento ‘all’esperto’ Roberto Gervaso che – toccando e aggiustando per oltre 10 minuti il cravattone a farfalla – ha espresso tutto il suo fastidio, disprezzo e disgusto per l’incredibile decisione di Oslo. Un segnale interessante dal colorito demi-monde di Berlusconi. Serve a metterci nella giusta prospettiva con il resto del mondo.

Vediamo dunque come ha espresso, il comitato Nobel, la decisione che ha stupito il mondo. Con questi argomenti. Obama ha ridato vita alla diplomazia internazionale e alla cooperazione tra i popoli. Obama ha chiesto a tutti i paesi dotati di armi atomiche il disarmo nucleare. Obama ha rilanciato il negoziato per tutti i conflitti che tormentano il mondo. Obama ha ridato vita, rispettabilità e ruolo all’Onu e a tutte le organizzazioni internazionali. Conclude il comitato: sono 108 anni che cerchiamo una “politica di pace”, come quella di cui Barack Obama è “portavoce a livello mondiale”.

È una motivazione limpida. Un alto elogio, non una lente di ingrandimento . Piuttosto la descrizione accurata di chi ha visto e ha capito. Se ci fosse un premio al premio, andrebbe al comitato di Oslo, che il più delle volte è molto più retorico e generico. Ma proprio la motivazione contiene i segni dell’incomprensione (e del cattivo umore per chi è troppo lontano da una simile concezione della politica). Leggo nello Huffington Post, la più prestigiosa testata in rete che sostiene e fiancheggia Obama, una bella collezione di sorprese e di dubbi, da parte dei “bloggisti” che intervengono nella rubrica della posta dal momento dell’annuncio. Sono simpatizzanti e amichevoli, ma contengono un non detto “perché”. Questo perchè non ha attraversato il mondo quando il Nobel per la Pace era toccato a Kissinger e a Le Duc Toh per la fine della guerra in Vietnam. O a Begin e Arafat per l’accordo di pace Israele-Palestina, mai consumato. Eppure c’è un precedente di premio Nobel attribuito al leader di un grande lavoro in corso, a quel tempo ben lontano dalla sua conclusione. Parlo di Martin Luther King, divenuto Nobel per la pace nel momento più critico, quasi disperato, del movimento nero per i diritti civili (1964).

Il caso Obama è più complicato. Perché Obama è il presidente degli Stati Uniti. È successo due volte a presidenti americani, ma per missioni compiute, come la Società delle Nazioni voluta da Wilson. Però Obama è in viaggio e in questo senso è senza precedenti. È vero che nessuno sa se potrà mantenere le sue promesse. È anche vero che non smette mai di provare, né un giorno, né un’ora, su tutti i fronti, come uno scacchista che giochi allo stesso tempo su molti tavoli. Una vignetta del New York Times di martedì scorso mostra una lunga fila di soldati che aspettano di salire sul cargo militare che andrà in Afghanistan. Dall’altro lato del cargo Obama è seduto a un tavolo con tre generali. Un soldato dice all’altro: “Stanno discutendo le condizioni di pace”.

Il fatto straordinario che identifica Obama come unico è già accaduto. Barack Obama è il presidente della pace preventiva. Un brusco cambiamento, subito dopo la politica della guerra preventiva. E comunque nel cuore di una cultura (del mondo e dell’occidente) che alla pace dedica celebrazioni e alla guerra milioni di vite umane, e il miglior talento quasi di ogni generazione. Dovunque, dagli Stati Uniti all’Europa, i think tank dedicati agli studi strategici sono molto più autorevoli delle tavole della pace, buone e ignorate. L’uomo della pace preventiva, il leader del discorso in lingua parsi, che ha cambiato la vita interna dell’Iran, il presidente dell’occidente cristiano che parla all’Islam, il capo degli Stati Uniti che mobilita milioni di africani quando si rivolge a quel continente, è ben lontano dall’aver finito. Ma il suo inizio, unico al mondo, gli ha meritato quel Nobel che lo rafforza, lo lascia meno solo, aumenta la ragione di credere nella sua guida, imbarazza i suoi violentissimi antagonisti della destra americana. Qualcosa di nuovo è accaduto, sta accadendo nel mondo. E ha il volto di una sensata speranza.

da Il Fatto Quotidiano n°16 del 10 ottobre 2009