Grazie a “Il Fatto Quotidiano” il presidente della Camera Gianfranco Fini riuscirà a tener fede a una promessa solenne fatta un anno fa: a differenza di Silvio Berlusconi rinuncerà al Lodo Alfano e si farà processare come un cittadino qualunque.

Con questa decisione, formalizzata solo dopo un articolo del nostro giornale, Fini si smarca da Berlusconi nella partita più delicata per il premier. Tra una settimana la Corte Costituzionale deciderà il destino della legge Alfano, nata per evitare al Cavaliere il processo per la corruzione del testimone David Mills, ma contrabbandata come presidio per tutte le cinque alte cariche dello Stato. Alla vigilia della decisione, Gianfranco Fini, l’unica carica a rischio processo (oltre a Berlusconi ovviamente) priva il Cavaliere dell’ultima foglia di fico.

La scelta, pur annunciata, non era affatto scontata, soprattutto per i modi e i tempi. Dopo il gran rifiuto di Fini è ancora più evidente che il Lodo ha un unico promotore e “utilizzatore finale”. Il procedimento contro Fini nasce da una querela del pm Henry John Woodcock per le parole pronunciate dall’ex leader di An a “Porta a Porta” il 18 giugno 2006: “Woodccok è un signore che in un paese serio avrebbe già cambiato mestiere, è noto per una certa fantasia investigativa e il Csm avrebbe già da tempo dovuto prendere provvedimenti”. Parole provocate dalla rabbia per l’indagine contro la moglie, Daniela di Sotto, ma ingiustamente diffamatorie almeno secondo il pm di Roma Erminio Amelio. Il 7 maggio del 2008, il Gip, Mariella Finiti, approvando la tesi dell’accusa, aveva ordinato di spedire le carte alla Camera per l’autorizzazione a procedere. Allora Fini disse: “non mi avvarrò del lodo Alfano”. Di fatto però il fascicolo è rimasto in sonno per 16 mesi.

La situazione grottesca di un giudice che impediva a Fini di esercitare il suo diritto di imputato era stata denunciata da Il Fatto Quotidiano (“Fini non riesce a farsi processare”) il 29 settembre. L’articolo e le telefonate precedenti alla sua stesura, hanno sortito l’effetto di una scossa sulla giustizia capitolina.

“Il 30 settembre, dopo avere letto Il fatto Quotidiano”, racconta l’avvocato di Fini, l’onorevole Giulia Bongiorno, “mi sono presentata nella cancelleria del gip e ho scoperto che il fascicolo era bloccato. Solo quel giorno ho appreso l’esistenza di un provvedimento, mai notificato alle parti, datato 24 settembre 2009, che sospendeva il procedimento per l’entrata in vigore della legge Alfano. Immediatamente, come mi è stato richiesto dal presidente”, prosegue l’avvocato-onorevole Bongiorno, “ho depositato un’istanza nella quale Fini rinuncia alla sospensione della legge Alfano e chiede di essere processato come un cittadino comune”.

E così la cancelleria del Gip Mariella Finiti ha finalmente trasmesso il fascicolo alla Camera. Prima del processo però c’è un altro possibile ostacolo: la Giunta per le autorizzazioni potrebbe bloccare tutto se riterrà “insindacabili” le parole pronunciate a “Porta a porta”, perché connesse all’attività politica (tesi difficile da sostenere visto che Fini parlava degli affari personali e penali della moglie). “Anche se si tratta di una prerogativa della Camera e non del singolo deputato”, dice l’avvocato Bongiorno, “il presidente chiederà di votare contro l’insindacabilità e ritengo che i deputati seguiranno la sua indicazione”. Sarebbe meglio per tutti. Altrimenti l’atto di coerenza di Fini, il primo segno di distensione e normalizzazione dei rapporti tra politica e magistratura, si trasformerebbe di colpo da gesto nobile nella solita “ammuina” all’italiana.

di Marco Lillo (da Il Fatto Quotidiano n°9 del 2 ottobre 2009)