Conflitto di interessi: cosa ne sanno veramente gli italiani? E perché in
questi anni si è lasciato correre anziché risolvere la questione? E ancora:
cosa deve temere un Paese il cui Presidente del Consiglio, dalla platea del
convegno dei giovani industriali, incoraggia gli inserzionisti a non acquistare
spazi pubblicitari su quei giornali che, a suo dire, diffondono calunnie su di
lui e pessimismo sulla polemica economica del governo? E poi rilancia sul fatto
che il telegiornale di Raitre abbia aperto con ben quattro titoli “di contrasto
al Governo”?

Abbiamo rivolto queste domande all’onorevole Furio Colombo autore di un testo di legge, proprio, sul conflitto di interessi.

In questi giorni Lei ha depositato alla Camera dei Deputati la legge sul
conflitto di interessi, la stessa che aveva presentato alla Camera nella XIII
legislatura (1996) e che poi aveva riproposto in Senato non appena eletto nel
2006. Come spiega che un testo di legge possa essere così attuale a distanza di anni?

Dopo 15 anni l’Italia è governata dalla stessa persona. Al contrario invece
di quanto accade per gli altri capi di stato. Nessuno dei governanti che
Berlusconi ha incontrato nel corso di questi anni è ancora in carica. In Italia
invece non è così. Tutto ciò ci fornisce la triste consapevolezza che nel
nostro Paese, così come accade in una pianura senza vento, non cambia nulla. Il
mio testo di legge è stato presentato la prima volta quando il conflitto di
interessi era clamoroso: allora Silvio Berlusconi non avrebbe neppure dovuto
presentare la propria candidatura. Oggi tuttavia quella condizione è intatta,
anzi è cresciuta. Così come è cresciuta – e lo possiamo constatare tutti – la
sua ricchezza. Il conflitto di interessi esisteva nel 1994, nel 2001 all’epoca
del secondo governo Berlusconi, ed è diventato ancora più grave nel 2008. Ho
presentato questo testo di legge perché ritengo che ciò che sta accadendo sia
contro la legge e la Costituzione italiana ma anche contro le leggi e la
tolleranza di altri paesi democratici.


Quali sono i principi cardine della sua proposta legge?


E una legge molto semplice. Risponde a tre domande. Chi è incompatibile con
la responsabilità diretta del potere? Chi lo diventa se si violano alcuni
limiti e alcune condizioni? Quali incompatibilità non si possono cancellare?

Sono persuaso che ogni aspetto dell’incompatibilità fra funzioni e interessi e
ogni regola sul come identificare, impedire o fermare un conflitto di interessi
debba essere definito o diventare legge della Repubblica prima che il conflitto
insorga così come avviene per ogni comportamento giudicato, da una comunità e
dai suoi legislatori, pericoloso per la vita della repubblica e i rapporti fra
i cittadini. Inoltre questa legge indica le dimensioni. Ovviamente cospicue,
del tipo di interesse privato, finanziario, azionario, proprietario o
manageriale cui si intende porre argine. L’incompatibilità è riferita ai
titolari (maggiori azionisti e amministratori di imprese attive) nel settore
dell’informazione. Comunicazioni, telefonia, informatica o di qualsiasi mezzo o
forma di diffusione. L’impegno della mia proposta è di fatto di rendere
impossibile l’instaurarsi, presso qualsiasi carica di governo, di una
situazione di conflitto di interessi che considero la peggiore infezione della
vita pubblica e nella moralità di una comunità e di un Paese.

In cosa si distingue il suo testo di legge rispetto gli altri testi
presentati in questo periodo?
Direi che le differenze principali sono due: la prima riguarda un diverso
ammontare-limite della ricchezza. Nel mio testo è fissato a 10 milioni di euro.
Importo che personalmente ritengo già elevato. La seconda differenza riguarda,
invece, l’identificazione di chi è chiamato a dirimere il caso di conflitto di
interessi. Ecco, io ritengo che non debba essere un organo di controllo
speciale quanto piuttosto la normale autorità giudiziaria.
In sintesi un cittadino in possesso di un ingente patrimonio economico non
può ricoprire ruoli istituzionali a partire dalla carica di presidente della
Provincia fino alla quella di primo ministro. La mia proposta indica il metodo
per prevenire e rendere perciò impossibile l’instaurarsi di una condizione di
conflitto.

Fino a che punto secondo Lei gli italiani hanno consapevolezza della gravità
del conflitto di interessi? Soprattutto cosa rischia il nostro Paese?

Non avere consapevolezza è la diretta conseguenza della mancanza di
informazioni. Ne è controprova il fatto che per la stampa di tutto il mondo il
conflitto di interessi del nostro Paese venga considerato un’anomalia mentre al
contrario gli italiani siano abituati a considerarlo normalità. La mia
sensazione è che il controllo dei media che dura ormai da 15 anni abbia
accresciuto, nella gran parte degli spettatori e dei lettori dei giornali
nazionali, la consapevolezza che sia meglio non occuparsi del conflitto di
interessi. L’altra cosa che hanno imparato gli italiani è che è meglio così.
Veniamo da anni di trasmissioni tipo “Porta a Porta” durante le quali direttori
di testata si comportano come scolari davanti al “preside” Silvio Berlusconi.
Le domande, nel caso vengano poste, vengono rivolte una sola volta e non più
riprese. Anche il pubblico, fatto di persone intelligenti, capisce che è meglio
stare alla larga. Ed è questione di questi giorni la conferenza stampa (di
venerdì 7 agosto dall’Aquila) mandata in onda in diretta da Sky durante la
quale il premier rivolgendosi ad una giornalista del Tg3 ha commentato con
sdegno : “Il suo telegiornale ha aperto con ben 4 titoli di contrasto al
Governo. Questo non si può accettare. Questo non lo possiamo più accettare”.
Vorrei inoltre ricordare un altro fatto accaduto in queste ore in Turchia.
Nazione non certo tra le più liberali ma dove la stampa nazionale ha smentito
che ci sia stata alcuna azione politica svolta da Silvio Berlusconi in merito
al recente trattato sottoscritto tra Russia e Turchia.


Perché il centrosinistra, negli anni di governo, ha trascurato di occuparsene
in modo risolutivo?


No, ha proprio rifiutato di occuparsene. Molti di noi nel centrosinistra,
prima che nascesse il Partito Democratico, si sono sentiti dire di lasciar
perdere il conflitto di interessi perché argomento che agli italiani non
interessava. Anch’ io quando era direttore dell’Unità mi sono sentito dire di
lasciar perdere. Così come non ci si è mai veramente occupati di Silvio
Berlusconi. Già la sua ufficiale discesa in campo, avvenuta con un
videomessaggio registrato su di una cassetta consegnata alle principali
redazioni, doveva essere interpretata come una violazione del rispetto degli
italiani stessi. E’ chiaro che in 15 anni le cose sono peggiorate. Ed oggi
siamo in presenza di una coalizione politica senza alcun valore ad eccezione
delle spinte razziste e xenofobe della Lega.


Sul conflitto di interessi non ritiene sia meglio arrivare quanto prima ad
una sola proposta di tutta l’opposizione?


Sarebbe bello ma è chiaro che questa è un’ idea che dovrebbe venire dai più
influenti. Nel senso che io ho presentato per primo e da solo la mia proposta.
L’ho fatto consegnandola alle pagine dell’Unità on line. Successivamente è
stata presentata la proposta sottoscritta da Veltroni. Io sarei felice di
confrontarmi ma è chiaro che all’interno di un partito dovrebbero essere coloro
che contano di più a proporre di lavorare in modo unitario per combattere
insieme questa battaglia. Ritengo importante che il centrosinistra, in
particolare il Partito Democratico, si sia mosso nella direzione della
questione legata al conflitto di interessi. Si può proseguire con una proposta
unitaria a patto che l’iniziativa venga presa dalla parte che ha certamente
anche una maggiore gestione politica.


Silvio Berlusconi ha invitato a non investire i soldi in giornali “nemici”;
negli Stati Uniti sarebbe pensabile una cosa simile?


Nel senso che qualcuno dica una cosa senza senso non lo escludo. Il fatto è
che il giorno dopo verrebbe escluso dalla vita politica.
Nel senso che può passare nella mente di qualunque politico “Se non ci
fosse questo giornale che mi danneggia!
” Dirlo ad alta voce è da pazzi un
atteggiamento liberticida. Un comportamento incompatibile con la democrazia
quindi impossibile ovunque.

E’ perché, secondo Lei, le autorità di controllo e anti-trust tacciono?

La risposta a questa domanda è contenuta nel testo della mia proposta di
legge. Ovvero nel fatto che non si debba ricorrere ad un’autority per dirimere
un caso di incompatibilità bensì alla magistratura ordinaria. Nel corso di
questi 15 anni nessuna autorità garante ha potuto reagire a ciò che stava
accadendo. E’ chiaro dunque che le autorità possono essere messe sotto
intimidazione dagli enormi poteri finanziari ed economici. Altrimenti sarebbero
intervenute e non avrebbero continuato a tacere.


Lei ritiene che sussistano i presupposti per considerare la Rai ormai un
satellite Mediaset?


Lo è dall’istante in cui Silvio Berlusconi è sceso in campo. La Rai lo è da
quando ha accettato di mandare in onda il monologo di Berlusconi sul suo
ingresso in politica. Un discorso assurdo e totalmente in contrasto con ciò che
stava accadendo in Italia e in Europa. A Silvio Berlusconi, allora, è stato
concesso di sottrarsi alle domande sulla sua scelta di entrare in politica.
Ebbene da allora Silvio Berlusconi ha continuato a fare monologhi. L’immensa
ricchezza di Berlusconi intimidisce tutti i settori della vita italiana
comprese le banche, le assicurazioni. La capacità intimidatoria ma anche di
premiare hanno permesso a Silvio Berlusconi di governare la tv di Stato in
tutti questi anni anche quando non era al governo. Nessuno ha rimosso o toccato
le sue persone mentre al contrario lui ha potuto rimuovere e toccare tutte le
persone che ha voluto. E lo sta facendo anche in questo momento mentre noi
parliamo…