Ci sono notizie che arrivano nelle case più veloci della luce soprattutto quando riguardano la cronaca: ieri l’esecuzione in Iraq dell’ostaggio Quattrocchi, oggi i parenti delle due famiglie bolognesi distrutte nel disastro aereo nel cielo di Manhattan informate prima dalla tv poi dai carabinieri. Altre invece non arrivano proprio soprattutto se riguardano Berlusconi nella tratta Bari – Roma – Villa Certosa. Quando un telegiornale del servizio pubblico, il Tg3, compie il suo dovere, quello di informare (premiato dai telespettatori con più 5% di share di media) pronto l’intervento del premier nel lanciare l’editto (antico vizio, quello bulgaro fece fuori dalla tv Biagi, Santoro e Luttazzi), rispondendo ad una domanda di una giornalista del tg di Antonio Di Bella: “Lei fa parte di una testata che ieri ha fatto quattro titoli tutti negativi contro il governo. Non possiamo più sopportare …”. Perché l’informazione del servizio pubblico non dovrebbe dire che l’Italia ha un governo che ha fatto leggi incostituzionali; per L’Aquila ritardi e spese folli grazie ad un inutile G8; conti in rosso; che l’Istat, mentre il presidente del Consiglio annuncia la fine della crisi, fa sapere che i poveri superano gli 8 milioni, il 13% della popolazione?

Per fortuna nella tv pubblica sono arrivate le ultime nomine a tranquillizzarlo. Susanna Petruni da inviata al seguito del premier a vice direttore del Tg1. La conduttrice con la farfallina, durante un vertice dell’Unione europea, dimenticò di inserire nel servizio l’immagine di Berlusconi mentre faceva le corna durante la foto di gruppo. Altro ricordo, ne potremmo citare tanti: il premier intervenne all’Onu in una sala praticamente vuota, la giornalista, sicuramente per spirito nazionalista, montò un Berlusconi con la sala gremita, peccato che le immagini si riferissero all’intervento del segretario Kofi Annan.

Gianluigi Paragone (nomina riparatrice data alla Lega dopo quella mancata di RaiDue), ex direttore della Padania, da tre giorni direttore di Libero in sostituzione di Vittorio Feltri, arriva in Rai come vice alla rete ammiraglia con la delega ai progetti speciali. Tra i tanti nominati si segnala, per uno scoppiettante esordio, il nuovo direttore del Giornale Radio Rai Antonio Preziosi. Poteva il neo direttore partire senza la presenza del presidente del Consiglio nel suo gr di esordio? No, infatti nel Gr1 delle 8 di lunedì 10 agosto intervista sui primi quattordici mesi del governo, anche se la conferenza stampa il premier l’aveva fatta venerdì 7,
all’insegna “raccontiamo oggi quello che gli altri hanno già detto”.

Un assist meraviglioso che il premier non si è lasciato scappare e giù di brutto contro Repubblica che fa informazione deviata e la tv pubblica che è l’unica tv al mondo ad essere contro il governo e, bontà sua, contro l’opposizione.

Com’è valido ancora oggi quello che diceva Enzo Biagi: “La Rai è lo specchio del paese, qualche volta un po’ deformato”. Culturalmente è l’azienda più importante, la gente si informa prevalentemente attraverso i tg, la Rai è il termometro della libertà. Se alla base della democrazia vi è la politica dei reciproci controlli è chiaro il perché di quest’ultimo assalto alla diligenza. Quello che risulta difficile accettare è l’assuefazione a tutto ciò, come se fosse naturale che qualcuno decida a suo piacimento della nostra libertà.

Quello che è accaduto in questi giorni è da bollino rosso, al punto tale che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha sentito il dovere di chiedere spiegazioni sulla fine del rapporto tra la Rai e Sky. Puntuale il 6 agosto è arrivata la relazione del direttore generale Mauro Masi, Dentro alla Rai, ben prima della sua nomina (2 aprile 2009), si sapeva che la vicenda sarebbe andata a finire così.

Scrive Masi: Il vertice aziendale sta operando per il rafforzamento degli asset industriali ed editoriali del gruppo. Sta lavorando per una maggior centralità della Rai nel nuovo scenario multipiattaforma e multicanale. Ho sempre pensato che l’azienda, in quanto tv pubblica, avesse come obiettivo di essere al servizio del telespettatore, produrre informazione e contenuti, mettere l’utente in condizione di vederla il più e il meglio possibile, e per far questo la Rai deve essere presente in tutte le piattaforme tv esistenti, esattamente come avviene per la tv pubblica in tutti i paesi europei. A questo proposito Masi aggiunge: Se avessimo accettato quelle condizioni (50 milioni di euro l’anno per i canali di Raisat più RaiUno, RaiDue e RaiTre gratuiti) avremmo svenduto, anzi regalato, a Sky tutta l’offerta della Rai in aggiunta ai canali di Raisat. Sarebbe stato, quello sì, un atto contrario agli interessi ed alla tutela del servizio pubblico. Sempre secondo il direttore generale questo avrebbe contribuito all’aumento dell’ascolto di Sky (dall’attuale 9% al 14% nel 2012) con relativa perdita pubblicitaria da parte dell’azienda.

Brevi risposte: a) in tutti i paesi europei la tv pubblica è presente sulla piattaforma satellitare gratuitamente; b) i dati di ascolto dei canali generalisti vengo scorporati e non aggiunti a Sky; c) chi ha l’abbonamento a Sky, lo hanno scritto e riscritto gli esperti, naviga tra centinaia di canali; sceglie il singolo programma o film prescindendo dal canale che lo trasmette. Questo fenomeno produce esattamente il contrario di quello che sostiene Masi, cioè ha effetti collaterali sui canali generalisti che stanno subendo una lenta e costante erosione dell’ascolto. Il teleutente si sta abituando a personalizzare il proprio palinsesto.

La Rai, con l’avvento del digitale, ha fatto una scelta precisa: essere un editore televisivo non un gestore di piattaforme a pagamento, percependo già un canone obbligato, abbandonando così la strada intrapresa alla fine degli anni Novanta quando nacque Raisat spa all’interno di una accordo di partecipazione dell’azienda nella piattaforma satellitare Telepiù (all’epoca in competizione con Stream), lasciando ad altri il mercato: Sky sul satellite; Mediaset e La7 (ora Dhalia) sul digitale terrestre; Alice Telecom e Fastweb sul cavo IP – Internet. Nel momento in cui si stava avvicinando la scadenza del contratto di fornitura dei canali Raisat a Sky, la Rai ha improvvisamente cambiando strategia.

Continua Masi: La centralità del digitale terrestre come piattaforma di riferimento è il punto di partenza della nuova strategia sulla quale andranno concentrati gli sforzi editoriali e gestionali. Questo è contraddittorio nei termini: se lo scopo della Rai è fare l’editore per raggiungere il maggior numero di spettatori, possibile perché la tv pubblica dovrebbe scegliere una sola piattaforma? La transizione al digitale terrestre ha diversi scopi tra questi quello di allargare (e non limitare) l’offerta televisiva gratuita e in questo, almeno per il momento, Rai è leader assoluto. Masi ha dimenticato che Sky dal 2012 potrà operare anche nel digitale terrestre? Oppure teme che Mardoch possa acquisire La7 quando nella sua relazione afferma che l’operatore pay potrebbe trovare conveniente sfruttare l’opportunità di costruire una significativa presenza nella tv gratuita? Telecom ha sempre smentito.

Proviamo a far emergere la vera questione: la Rai è un editore televisivo (fornitore di contenuti) ma avendo ancora oggi la proprietà di RaiWay è anche un operatore di rete. In tutti i paesi europei è normale che questi due ruoli siano esercitati da soggetti diversi dagli editori televisivi (Maurizio Gasparri appena nominato ministro delle Comunicazioni la prima cosa che fece fu quella di bloccare la vendita di parte delle quote di RaiWay, decisa dal cda presieduto da Roberto Zaccaria), in Francia esiste un unico operatore di rete indipendente che trasporta i segnali televisivi terrestri di tutte le televisioni, in Gran Bretagna i network operator sono tre, così come in Spagna dove Telecinco è trasportato da Abertis. In Italia invece, la più piccola televisione locale condivide con Rai e Mediaset il medesimo modello industriale, che è basato sulla proprietà e la gestione degli impianti oltre alla normale attività editoriale e commerciale. E’ inevitabile che la transizione al digitale terrestre consentirà, sia sul piano tecnologico che su quello legale, una “bonifica” di questa situazione. Al termine del processo, per l’ennesima volta, come avvenne con la legge Mammì, tutti gli abusi saranno sanati.

In conclusione, la scelta di uscire da Sky, in un contesto nazionale ed internazionale finanziario e industriale estremamente critico, rischia di indebolire il servizio pubblico, tirato con forza nella guerra tra Mediaset e la tv di Murdoch che. Conflitto che non appartiene alla Rai, proprio perché servizio pubblico. Non si deve dimenticare che gli attuali vertici della tv di Stato sono stati nominati dal proprietario di Mediaset. Leggere alla voce conflitto di interesse.