Fedele alla linea secondo la quale il giornalismo dal balcone di casa propria è parecchio indisponente, oggi chiedo il permesso di fare un’eccezione per il bar dall’altra parte della strada. Un posto dove alle sette del mattino della domenica le bariste sono già (o ancora) vestite da sera e la clientela è fatta di anziani, poliziotti in borghese (la Questura è a un passo) e ciclisti.

Proprio mentre leggo le cronache dei giornali sulle prime ronde, sento un signore che inveisce con i colleghi di un giornale locale perché avrebbero raccontato in modo distorto l’esordio cittadino della polizia in costume. “Io c’ero, ieri, al mercato coperto e non è andata così eppure, abbiamo parlato mezz’ora con questa giornalista, ma non ha capito un c. E poi sta storia che ci chiamano ronde…”. Il suo interlocutore è uno come me, un tizio che cerca di leggere tranquillamente i giornali. Ma il nostro rondista è un fiume in piena e conciona un buon quarto d’ora.

Quando va via la sua vittima, tocca a me e adesso lo guardo bene il nostro rondista. L’avevo scambiato per un poliziotto, ma in effetti è un pensionato in bermuda, tutto vestito di viola con delle surreali babbucce stile Briatore, i capelli tinti, un pesante accento siciliano e la faccia decisamente simpatica. Gli do corda e scopro quanto segue: è un ex dipendente pubblico, ha fatto il “city angel” anche a Milano, è esperto di arti marziali, sa come rianimare chiunque si senta male e ieri era il suo primo giorno da “angelo” nella città del profondo Nord dove vivo da un anno. “Diciamolo, qui non un succede un c., ma la gente ha paura lo stesso e già solo il fatto che saliamo sugli autobus con la nostra pettorina fluorescente aiuta”, mi dice il nostro rondista. Aiuta che cosa? “Aiuta a prevenire il bullismo e anche a timbrare i biglietti. Lo sa che appena saliamo noi timbrano tutti? Ci scambiano per controllori”. Per me, che sono svizzero dentro, è la prima buona notizia.

Approfitto, gli dico che faccio il giornalista e chiedo se ha visto commettere reati, ieri, nella nostra città così ferreamente amministrata dalla Lega. Mi risponde che “l’unico posto un po’ problematico è il mercato coperto, ma lì è un vecchio problema e si risolvono tutto tra loro. Noi possiamo solo chiamare il 113”.

Da forestiero, gli faccio notare che qui non succede mai nulla e che però i nostri concittadini mi sembrano un po’ fobici: addirittura un condomino mi ha avvertito che l’attraversamento del parco al mattino, per portare i bambini a scuola, non è proprio sicurissimo perché ci sono gli immigrati che vanno a fare il permesso in Questura. E’ vero: dall’altra parte del parco, rispetto a casa mia, c’è la polizia e la mattina ci sono sempre code di immigrati, mentre le loro mogli e i loro bambini giocano al parco. Il pericolo maggiore è che un bambino nigeriano voli d’altalena e centri i miei figli che corrono.

Finisco di raccontare questa storia e mi rendo conto che ho commesso un errore micidiale: ho pronunciato la parola “immigrati”. Il rondista siciliano parte con una filippica contro gli immigrati: “Sono troppi, devono rispettare le regole, ma vengono qui a fare i furbi e le loro donne sono sempre in cinta!”. Gli chiedo che c’entrano le pance, e mi spiega che “qui le case popolari sono tutte occupate dagli immigrati che fanno bambini a raffica”. Tento un ultimo ragionamento e gli dico che vorrei vivere in una città dove la sicurezza viene garantita dalla polizia e dove le case popolari sono sufficienti per tutti. Ma non c’è niente da fare. Il nostro rondista mi chiude la bocca così: “Sono anni che chiedo la casa popolare, ho una moglie malata incurabile e una figlia che ancora non lavora e viviamo in 26 metri quadri”.

Lo guardo un po’ stupito e con il senso di colpa di chi vive in una bella casa. Mi esce un “mi dispiace”, ma è lui a togliermi dall’imbarazzo. “Lo sa chi era la persona con cui parlavo prima di lei? E’ l’assessore alla sicurezza. Gli ho detto che deve difenderci dalle diffamazioni su ‘sta storia che siamo le ronde. Siamo gente che fa del bene”. Mi ingurgito tutte le domande che avrei voluto fargli (soldi, addestramento, ultimo voto alle elezioni) e gli chiedo se gli ha parlato della sua casa da 26 metri. “Sì, gli ho detto che se non mi danno la casa popolare racconto la mia storia ai giornali e li faccio vergognare. Ha preso appunti e dice che mi fanno sapere”.

Ho cercato di raccontare il nostro dialogo nel modo più fedele possibile. Lascio a voi il giudizio. L’unica cosa che mi sento di dire è che questa storiella, secondo me, sta bene alla voce “eco-balle”. Cioè: c’entrano i soldi e c’entrano le balle (non del rondista, ma della politica).