Sono capitato alla stazione di Bologna alla vigilia della commemorazione della strage del 1980, e il giorno dopo, quello “giusto”: oggi. Ieri c’era già un pullulare di polizia, e non si entrava in auto nello spazio circoscritto dai tre lati dell’edificio, sì, insomma, del teatro della strage.

Oggi ovviamente il servizio di polizia era molto accentuato in uomini e blindati, i taxi erano stati spostati, era pronto dalla prima mattina il palco per i comizi. Domani si tornerà alla “normalità”. Ebbene, per me la normalità sarebbe l’evidenza della memoria, la capacità di ricordare. Penso all’orologio dal quadrante antico, sul lato esploso alle 10,25, con le lancette ferme all’ora della strage, che fissa un momento del dolore e dell’indignazione, tempo fa rimesso in funzione poi di nuovo fermato sull’ora della strage per le proteste dell’Associazione delle vittime e di ogni persona dotata di senso comune, che però langue molto meno visibile dell’orologio elettronico ovviamente al centro del lato principale della stazione. Penso alla sala d’attesa di 2^ classe con targa, pavimento in parte com’era quel tragico giorno, uno squarcio nella muratura ricostruito ad arte, l’intonaco esterno liscio e non bugnato come tutto il resto del fabbricato, cui nessuno però fa ormai quasi più caso per tutti gli altri giorni dell’anno. Penso agli stranieri che oggi chiedevano ovviamente ignari il perché della mobilitazione anti-attentati. Penso…

Penso che banalmente se in buona parte si devitalizzano fin quasi ad azzerarli la memoria e i suoi segni più vistosi tenendoli “bassi” come fossero un fastidio (ricordate Micciché che definì “triste” intitolare a “Falcone e Borsellino” l’aeroporto di Punta Raisi?) si scompone l’identità di una persona come di una collettività, svuotandola dei contenuti azzerati, e senza identità è praticamente impossibile progettare il futuro. Se non ricordi chi eri e non sai chi sei, perché dovresti essere in grado di programmare chi sarai? Poi osservo il “mamozzone” al centro dell’aiuola, circondato dalle panchine, dalla pensilina del bus, dal viottolo per le auto, nel luogo centrale più macroscopico del “teatro della strage” di 29 anni fa, quello sì visibile a tutti e in ogni momento. E’ il torrione pubblicitario dell’Alta Velocità, che scandisce il count down di quando da Milano a Bologna il treno super-rapido impiegherà non ho capito bene se 34 minuti o 3 minuti e 40 secondi. Eccolo il futuro, qui e ora, o dopodomani. Nei paesi civili questo tipo di futuro, peraltro importante e non accantonabile dai passatisti, convive con la memoria altrettanto o forse (?) più importante.

Da noi no: un disegno politico, un cratere culturale, un trionfo della cialtroneria, un fatto alla fin fine di denaro cui la memoria dà fastidio ricordando ciò che per il denaro si fa e ciò che il denaro non può comprare o riparare? Tutto questo insieme?

Ma non è grave? Dove e quando ci siamo persi?