Le parole hanno un senso. Raccontano un fatto. Danno forma a storie e destini. In qualche modo indirizzano il pensiero di chi legge. Le parole sono quindi portatrici di responsabilità.

E’ per questo che diventa importante cancellare dal nostro vocabolario (soprattutto mentale) espressioni discriminatorie. Questo lo spirito della campagna di sensibilizzazione lanciata da un gruppo di giornalisti che la rivolgono prima di tutto a se stessi, poi ai colleghi italiani, ai mass media e agli editori.

L’iniziativa si chiama “I giornalisti contro il razzismo” e a irradiarla è www.giornalismi.info/mediarom per dire “no” a parole come nomade, zingario extracomunitario, vu cumprà; e clandestino. Termini da sostituire rispettivamente con rom oppure sinti, non comunitario, ambulante o venditore e infine senza documenti oppure rifugiato o ancora richiedente asilo.

E proprio della parola “clandestino” ha trattato di recente l’onorevole Furio Colombo dalle colonne de l’Unità; ripercorrendo la trasformazione storica subita da questo vocabolo.

“Un tempo clandestino poteva significare qualcuno che si nascondeva per buone ragioni, come un tempo in Europa e oggi in Iran. Ma oggi nell’ Italia – prosegue Colombo – che ha conosciuto l’orrore di tutte le persecuzioni viene utilizzata per descrivere un reato. Il reato è non possedere certe carte anche se quelle carte è impossibile averle. “Dunque la parola clandestino viene usata per dire colpevole di un atto che nessuno ha commesso, denuncia, allo stesso tempo, l’ambiguità della parola e l’arbitrarietà con cui esse viene usata – scrive Colombo -.

Clandestino non definisce le persone che, per quel reato, in Italia verranno d’ora in poi punite fino alla grottesca multa di ottantamila euro, bensì; l’intento persecutorio di quella legge. Il suo unico scopo è indicare come colpevoli coloro che non appartengono al ceppo razziale che ha scritto e approvato la legge. Poichè quel ceppo razziale, benchè mitizzato non esiste, appare con chiarezza sia l’ambiguità della parola sia l’arbitrarietà dell’uso della parola di cui stiamo parlando”. Non prestiamoci dunque al gioco di chi intende utilizzare la parola clandestino anche per comprendere la definizione di immigrato legale o lo status di rifugiato politico.