Se c’è una storia che dimostra come funziona il nostro capitalismo a trazione bancaria è proprio quella di Luigi Zunino, fino a ieri il più furbetto dei Furbetti. La Procura di Milano ne chiede il fallimento perchè – e prendo le cifre dal Corriere, non da Indymedia – avrebbe 3 miliardi di debiti bancari nella sua Risanamento e un altro miliarduccio nelle solite holding estere di controllo.

L’immobiliarista alessandrino è indebitato con la Trimurti Intesa-Unicredit-Banco Popolare, in quello che sembra il remake dell’horror Zaleski: credito facile, azioni in pegno alle banche, incroci azionari. Ma nell’istanza di fallimento c’è un fatto nuovo: per la prima volta una Procura mette nero su bianco che l’uomo messo dalle banche nel cda del maxi-debitore Zuinino, ovvero Salvatore Mancuso, sarebbe “l’amministratore di fatto” del gruppo. Con tutte le possibili conseguenze penali del caso.

Se il Tribunale accogliesse questa impostazione, sarebbe il ’92 del sistema creditizio italiano: la Madre di tutte le magagne bancarie. Forse la fine dell’epoca dei “consulenti bancari” con il mantello da Risanatore.

Infine, come abitudine di questa rubrichina, vi faccio una domanda: visto che il patrimonio immobiliare di Zunino varrà almeno un 30% in meno di quanto è scritto nei bilanci e nelle delibere di fido, e visto che il maxi-debito impone maxi-vendite, chi si comprerà tutto quel ben di dio? E se per caso anche lo Stato, con i nostri soldi, parteciperà agli acquisti, siamo sicuri che comprerà a prezzi di saldo? Oppure in questo caso assisteremo alla solita stangata? Speriamo solo che su questa storia così emblematica non cali troppo in fretta il solito sipario dei giornali, che quando si parla di banche si annoiano in fretta.