La morte rende tristi perché è la negazione della vita. Ma questa morte è sconcertante: anche MJ aveva finito col diventare la negazione della vita. Quanto meno, dopo aver dato vita a nuova musica, era diventato la negazione di una identità: che è necessaria alla vita psichica come il corpo è indispensabile alla vita fisica. Pur essendo il prototipo del diventare qualcuno, MJ era diventato la negazione dell’essere qualcuno.

Bambino precocemente adulto e famoso, da adulto voleva apparire – voleva essere, voleva apparire per essere – di nuovo bambino. Fortemente segnato dall’essere nero, poderosamente afro-americano, aveva poi – in ogni senso – cambiato pelle, divenendo sempre più chiaro: non era più né nero né bianco. Inevitabilmente, era anche indeciso tra l’essere dolce e l’essere crudele.

Ipersessualizzato, come gran parte dei bambini abusati, come molti dei bambini manipolati dai loro genitori per diventare il loro riscatto sociale e la loro protesi, aveva finito col non avere più una identità sessuale. Aveva lasciato in dubbio tutti, e sicuramente anche se stesso: era etero o omosessuale? Troppo semplice rispondere: era bisessuale. La bisessualità è presenza di due identità sessuali. MJ ne era, ancora una volta, la negazione.

Paradossalmente, era stato quasi confortante apprendere che veniva processato per pedofilia. Questo aveva un senso. Incapace di crescere, la stella a cui mancava ogni cielo cercava, simbolicamente e letteralmente, di amare: e di ri-possedere quel bambino che, almeno brevemente, era stato la sua unica identità.

E’ morto MJ. La International Herald Tribune, il giornale che fa l’opinione del mondo, il giornale che fa gli altri giornali, gli dedica gran parte della prima pagina, più che a un presidente degli USA. Ed è giusto che sia così. La mancanza di identità è la nuova identità del nuovo secolo: ed è “giusto” (è una prova di verità) che tutti, e soprattutto i giovani, riconoscano in lui una parte di se stessi.

MJ è un emblema dei tempi? Certo. La mancanza di relazione col tempo, la mancanza del tempo, è un segno del tempo. MJ non era vecchio né giovane e non era qui né là: era difficile sapere dove fosse, evadeva il tempo e lo spazio. Tanto che aveva chiamato Neverland (il paese di Peter Pan, prototipo del bambino che non cresce) la sua residenza ufficiale (letteralmente: luogo-mai). MJ era la negazione della identità, ma era anche l’identità data dalla negazione. In questo senso, MJ non è mai esistito: quindi, come i giornali correttamente presentono, non potrà mai morire.

MJ è morto. Gli dobbiamo molto. Gli dobbiamo Barack Obama. MJ era la prova che il mondo è così ingiusto da causare, prima o poi, una reazione. Ingiusto non tanto perché MJ spendeva un milione di $ al mese per la sola manutenzione di Neverland (o per chirurgie estetiche). E’ mostruosamente ingiusto che, a un secolo e mezzo dalla fine della schiavitù, un nero americano, anche ai vertici del successo, sia ancora così privo di identità: così schiavo dell’opinione altrui. Lo spazio da occupare, nella psiche collettiva americana, era ancora tutto disponibile. E’ stato sufficiente trovare una persona intelligente e con forte personalità, perché venisse finalmente assegnato. 

Luigi Zoja è psicoanalista e autore di diversi saggi tra cui “Contro Ismene. Considerazioni sulla violenza”, “La morte del prossimo”, “Il gesto di Ettore”.